Marano, un anno di studi in Cina: paga il Governo di Pechino
Alice Montanini, 25 anni, dopo la magistrale ha vinto una borsa di studio «Vado per approfondire la lingua. Non sono un cervello in fuga: credo nell’Italia»
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MARANO. «Me ne vado nella città dell’eterna primavera», che solo a sentirne il suono scatta l’invidia. Ma a discapito del nome, che potrebbe lasciare immaginare una cittadina rurale, Alice Montanini sta parlando di Kunming, metropoli cinese con quasi 9 milioni di abitanti, incastrata tra Tibet e Vietnam. È qui che a settembre la 25enne maranese potrà studiare fino a giugno il cinese, a spese del Governo di Pechino grazie ad una borsa di studio.
«Avrò Università pagata, assistenza sanitaria, dormitorio e 300 euro al mese di pocket money. Sarà il coronamento del mio percorso di studi, iniziato all’istituto Paradisi di Vignola, proseguito all’Università di Modena con una laurea alla Facoltà di Lingue e culture europee e in procinto di terminare a Edimburgo, con una magistrale in cinese». E siccome fermarsi ad un titolo già così importante non bastava, Alice ha deciso di continuare, perché di quella lingua si è innamorata: «È semplice nella sua grande complessità. È una lingua tonale, perciò una stessa parola, a seconda di come si pronuncia, può avere significati diversi. La sintassi è completamente diversa dalla nostra e quindi ti costringe ad aprire la mente ad una visione differente da quella a cui siamo abituati: apprendendo il cinese ho imparato a vedere tutto con una prospettiva diversa. Poi c’è l’immensa soddisfazione finale, quando riesci a dialogare con una persona madrelingua cinese». Sensazione che Alice ha già provato nelle sue due precedenti esperienze di studio in Cina, vissute a Shangai e Shaoxing: «C’è ancora un forte senso di comunità che forse noi abbiamo perso e le famiglie sono molto unite. Poi ci sono altri dettagli che apprezzo: ad esempio in Cina si vedono persone che passeggiano per strada in pigiama o con colori sgargianti, ma a nessuno interessa. Diverso è quando parliamo di megalopoli come Pechino o Shangai, in cui è forte lo scontro tra la Cina tradizionale e quella moderna e più occidentale».
Parlando di futuro, guai a definire Alice un cervello in fuga: «Io voglio portare a casa, in Italia, quello che apprenderò. Almeno per ora la mia idea non è quella di trasferirmi là per sempre. Intendo arricchirmi culturalmente per costruirmi qualcosa in Italia, magari nel campo dell’istruzione in cui poter avere la possibilità di offrire le mie conoscenze agli altri. Mi piacerebbe, ad esempio, attivare un corso di insegnamento del cinese ai ragazzi delle superiori, magari nello stesso istituto dove ho studiato io. Sono un’idealista e voglio credere che qui da noi vi sia ancora la possibilità per realizzare i propri sogni. Amo il mio Paese e non intendo lasciarlo definitivamente».
Alla faccia di chi non crede più nei ragazzi italiani. (gib)
«Avrò Università pagata, assistenza sanitaria, dormitorio e 300 euro al mese di pocket money. Sarà il coronamento del mio percorso di studi, iniziato all’istituto Paradisi di Vignola, proseguito all’Università di Modena con una laurea alla Facoltà di Lingue e culture europee e in procinto di terminare a Edimburgo, con una magistrale in cinese». E siccome fermarsi ad un titolo già così importante non bastava, Alice ha deciso di continuare, perché di quella lingua si è innamorata: «È semplice nella sua grande complessità. È una lingua tonale, perciò una stessa parola, a seconda di come si pronuncia, può avere significati diversi. La sintassi è completamente diversa dalla nostra e quindi ti costringe ad aprire la mente ad una visione differente da quella a cui siamo abituati: apprendendo il cinese ho imparato a vedere tutto con una prospettiva diversa. Poi c’è l’immensa soddisfazione finale, quando riesci a dialogare con una persona madrelingua cinese». Sensazione che Alice ha già provato nelle sue due precedenti esperienze di studio in Cina, vissute a Shangai e Shaoxing: «C’è ancora un forte senso di comunità che forse noi abbiamo perso e le famiglie sono molto unite. Poi ci sono altri dettagli che apprezzo: ad esempio in Cina si vedono persone che passeggiano per strada in pigiama o con colori sgargianti, ma a nessuno interessa. Diverso è quando parliamo di megalopoli come Pechino o Shangai, in cui è forte lo scontro tra la Cina tradizionale e quella moderna e più occidentale».
Parlando di futuro, guai a definire Alice un cervello in fuga: «Io voglio portare a casa, in Italia, quello che apprenderò. Almeno per ora la mia idea non è quella di trasferirmi là per sempre. Intendo arricchirmi culturalmente per costruirmi qualcosa in Italia, magari nel campo dell’istruzione in cui poter avere la possibilità di offrire le mie conoscenze agli altri. Mi piacerebbe, ad esempio, attivare un corso di insegnamento del cinese ai ragazzi delle superiori, magari nello stesso istituto dove ho studiato io. Sono un’idealista e voglio credere che qui da noi vi sia ancora la possibilità per realizzare i propri sogni. Amo il mio Paese e non intendo lasciarlo definitivamente».
Alla faccia di chi non crede più nei ragazzi italiani. (gib)
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