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Nel dibattito sullo Ius soli basterebbe un po’ di realismo

di Giuseppe Morrone
Nel dibattito sullo Ius soli basterebbe un po’ di realismo

In questi giorni di acceso dibattito sullo ius soli, l’atteggiamento più calzante sarebbe quello del realismo. Quel realismo che fotografa le comunità in cui viviamo e che può essere utile per fugare...

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In questi giorni di acceso dibattito sullo ius soli, l’atteggiamento più calzante sarebbe quello del realismo.

Quel realismo che fotografa le comunità in cui viviamo e che può essere utile per fugare ogni dubbio sull’opportunità di approvare una legge del genere per il nostro Paese.

Parto appunto da una situazione che ho vissuto direttamente: nella scorsa primavera mi è capitato di tenere un corso di educazione alla cittadinanza per le quarte e quinte elementari delle Scuole Rodari e Stradi di Maranello, Modena, uno dei cuori produttivi d’Italia, culla di un simbolo indiscusso e internazionale quale la Ferrari. Classi miste, con il loro carico di potenzialità e contraddizioni; tantissimi tra ragazzi e ragazze nati qui ma da genitori non italiani o non emiliani (magari meridionali), complessivamente la maggioranza; un’attenzione viva per temi lontani da loro data l’età (10-11 anni): la Costituzione, il ruolo del sindaco e degli assessori, il valore dei propri diritti e doveri, la consapevolezza del non essere solamente individui (in formazione) bensì soggetti attivi della comunità cui si appartiene. Mi sarebbe piaciuto chiedere a quei bambini nati in Italia da genitori non italiani che ho incrociato - e che dunque per le attuali leggi dello Stato non possono aspirare al rango di cittadini fino al compimento dei 18 anni, a meno di non avere almeno uno dei due genitori italiano - cosa pensassero del senso di quei nostri incontri; in fondo, trattavano argomenti a gran parte di loro formalmente estranei, per il momento. Ebbene, non di rado erano proprio loro a dimostrare maggiore curiosità e coinvolgimento, sui meccanismi di funzionamento della nostra democrazia, dal Parlamento al Consiglio comunale. Col senno di poi, la lezione è stata fondamentalmente una: se già la nostre scuole rappresentano quotidianamente uno straordinario terreno di incrocio e mescolanza tra provenienze e approdi differenti - costruendo cittadinanza nel senso più pieno della parola - quale motivo hanno le istituzioni e la politica di discriminare ancora tra cittadini di serie A e di serie B, di negare a una consistente fetta di popolazione giovane i minimi diritti di cittadinanza pretendendo inoltre di insegnarglieli?

Se a causa di avversioni razziste di qualcuno o di non meno peggiori pavidità di qualcun altro, non passasse la legge in discussione al Senato - ovvero le condizioni per lo ius soli temperato e per lo ius culturae, quest’ultimo strettamente legato al sistema scolastico - perderemmo l’ennesima occasione per sanare un vulnus civile. Sarà difficile per gli insegnanti e per gli educatori che il prossimo anno prenderanno in carico quei ragazzi non italiani che dalle quinte di Maranello (come ovunque) passeranno alle medie, spiegare loro che seppure siano nati in Italia o giunti entro i dodici anni con frequentazione delle scuole per almeno cinque e superamento di un ciclo scolastico, non hanno ancora maturato il diritto alla cittadinanza. Speriamo prevalga la ragionevolezza e appunto, il principio di realtà.



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