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Il dramma Alzheimer spiegato ai bambini diventa una storia lieve

di Ombretta Guerri
Il dramma Alzheimer spiegato ai bambini diventa una storia lieve

“Facciamo che eravamo” della modenese Silvia Roncaglia Toccante inversione di ruoli tra un nipote e un nonno malato

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Si intitola “Facciamo che eravamo” (Edizioni Gruppo Abele), il libro per ragazzi della modenese Silvia Roncaglia, che parla di Alzheimer. Per saperne di più sul progetto abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nato il progetto con il Gruppo Abele e la collaborazione con Desideria Guicciardini?

«Devo premettere che si tratta di una riedizione, infatti “Facciamo che eravamo” era stato commissionato e pubblicato dalle Edizioni San Paolo nella collana “Parole per dirlo”, che si riprometteva di parlare ai bambini di temi comuni, ma difficili da raccontare ai più piccoli. Questa collana da tempo è ormai fuori catalogo e, siccome ritenevo “Facciamo che eravamo” una delle cose più belle, delicate e intense che ho scritto, ho deciso di riproporlo alle Edizioni Gruppo Abele, che sapevo impegnate nel sociale e interessate a temi importanti. Ho sempre poi stimato Desideria Guicciardini come una delle migliori disegnatrici nel panorama dell’illustrazione italiana e la sua sensibilità mi pareva quella giusta per accompagnare il mio testo, così ho proposto il suo nome alle Edizioni Gruppo Abele. Desideria ha amato subito “Facciamo che eravamo” e le sue splendide tavole, non solo accompagnano, ma tanto aggiungono al mio testo».

È stato difficile raccontare l’Alzheimer, un tema così delicato, in un libro rivolto a un pubblico di ragazzi?

«Purtroppo conoscevo il decorso dell’Alzheimer per averlo personalmente osservato in persone a me care e vicine. Non è certo un tema facile, ma in me questo racconto è fluito con naturalezza, dal momento in cui, per evitare didascalismi e cadute nella retorica, ho deciso di usare come voce narrante quella del bambino, il nipote di nonno Aldo. E tutto, visto dal suo punto di vista, diventa più lieve e affettuoso».

Che messaggi si vogliono trasmettere con questo libro?

«Il libro parla del rapporto forte e privilegiato che s’instaura tra nonno e nipote e ci dice anche che la malattia può trasformare ma non cancellare gli affetti. E c’è un ribaltamento di ruoli e un passaggio di testimone, un messaggio quindi sulla circolarità e continuità della vita. Infatti il bambino alla fine utilizza quello stesso gioco del “facciamo che eravamo”, col quale il nonno tante volte lo ha trasportato in meravigliosi mondi di finzione fantastica, proprio per riportare invece alla realtà nonno Aldo, che ha perso la memoria e a volte non lo riconosce più. Credo che la forza del mio libro stia specialmente in questo finale: “Facciamo che eravamo nonno e nipote, io mi chiamavo Paolino e tu nonno Aldo, va bene?”. Un finale toccante anche perché riporta un’esperienza che ho realmente vissuto».

Che progetti futuri hai?

«Uscirà a breve una mia riscrittura per ragazzi de “I tre moschettieri” (ed. Lapis, illustrazioni di David Pintor), dove ho rispettato molto dello stile di Dumas, per non perdere il sapore dell’originale. Ho poi un progetto lungo, ambizioso e diverso dal solito: sto scrivendo un fantasy di sapore filosofico, un po’ come lo sono “La bussola d’oro” di Pullman o “Momo” di Michael Ende, dove si parla di destino e libero arbitrio. Sul fronte teatro/spettacoli, invece, sto portando in giro una lettura animata proprio di “Facciamo che eravamo”, accompagnata da musiche originali e dal vivo di Anna Plumbo, da poco proposta anche alla fiera del libro di Torino.



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