«Così il Distretto aiuta i profughi nella nuova vita»
di Alfonso Scibona
Silvia Sbrighi, responsabile di Caleidos per il comprensorio «Sono 64, nessun problema e una integrazione graduale»
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Una sessantina di profughi, qualcuno di più, forse qualche altro in arrivo. In città la loro presenza, tranne eccezioni, non viene vissuta con polemiche pari a quelle registrate in altri centri anche nel Modenese. C'è un occhio vigile che coordina tutto: la cooperativa Caleidos, con Silvia Sbrighi responsabile per il comprensorio ceramico. Ed è lei a spiegare cosa vuol dire dare un tetto, un rifugio a decine di persone, per lo più con grandi problemi psicologici dovuti alla fuga dalla loro patria e senza un avvenire certo in mano. Gente che arriva dai territori subsahariani Senegal, Gambia, Nigeria, Mali ma anche tutta la fascia che arriva via terra da Pakistan e Bangladesh.
«Al momento – dice Silvia – abbiamo a Sassuolo 64 persone, suddivise in 12 appartamenti non vicini tra loro. Sono in centro, a Pontenuovo, a Rometta. Devo confermare che in queste aree non è quasi mai successo nulla di increscioso, tranne in via Refice dove in ogni caso è stata convocata una riunione tra gli alloggiati e la polizia municipale ed è stato evidenziato che il comportamento di alcuni di essi non era proprio irreprensibile: poi tutto si è incanalato per il verso giusto».
Silvia Sbrighi coordina anche il resto dei profughi, in tutto il distretto ceramico da Frassinoro a Formigine, dove lavorano una decina di operatori di Caleidos (4 a Sassuolo).
Ma cosa si fa per tenere attivi questi ragazzi, in gran parte dai 18 ai 25 anni?
«Ci sono le attività previste dal bando della prefettura che sono obbligatorie: l'assistenza sanitaria e tutto ciò che concerne alla salute; tutto cio che concerne l'aspetto legale, quindi i documenti per essere riconosciuto come profughi; l'aspetto della casa, della vita quotidiana, del pocket money e la gestione del denaro e dei contributi che gli vengono dati; poi hanno a loro disposizione mediatori e operatori sociali che li aiutano nella vita di tutti i giorni. C'è poi l'orientamento al territorio ed al lavoro: i contatti con le agenzie interinali, la redazione dei curriculum, i rapporti con il centro per l'impiego».
Questo lo fate per quelli che vogliono rimanere qui?
«Questo noi lo facciamo per tutti - continua la coordinatrice di Caleidos - perchè, in teoria, avendo iniziato il percorso di richiedenti asilo qui in Italia sono obbligati a restare in Italia. Nel 2014/2015 erano veramente pochissimi, ora ne vediamo qualcuno in più, però comunque una minima parte: in provincia di Modena pochi, mentre molti di quelli che rimangono in italia, vanno a Roma, Milano o nel sud Italia, Napoli e Foggia, perchè lì è molto più facile lavorare. La maggior parte comunque va all'estero. Germania, Austria, tutte le nazioni del nord Europa, Francia, Spagna, Norvegia».
Vi occupate anche del l'orientamento sul territorio, lavoro, casa, persona.
«Esattamente - aggiunge Silvia - sia l'ambito socio occupazionale, relazionale, l'integrazione (che viene svolto secondo quello che si riesce sul teritorio, anche in collaborazione col Comune) se e nella misura che i ragazzi vogliono impegnarsi. Questo effettivamente non è obbligatorio, è una cosa in più per chi vuole farlo. E tra le cose obbligatorio c'è anche la scuola d'italiano, l'apprendimento della lingua con il Cpa, che è la scuola statale. Noi li iscriviamo tutti obbligatoriamente, poi c'è chi frequenta di più e chi di meno. Dal monte ore che ci viene chiesto dalla prefettura manca qualcosa che aggiungiamo noi, con lezioni con una scuola di italiano interna. Bisogna arrivare ad un monte ore di 10 settimanali, ma il Cpa ne offre solo 5/6, quindi per colmare il monte ore abbiamo degli insegnanti di Caleidos. Poi c'è il servizio di assistenza psicologica. I casi gravi vengono inviati al centro di salute mentale mentre i casi post traumatici del viaggio ed altro li trattiamo con i professionisti convenzionati».
A Sassuolo arrivano nelle prime 48/72 ore dopo lo sbarco?
«Una volta era così perchè arrivavano con il progetto “Mare Nostrum” con un pullman dall'aeroporto di Verona o si andavano a prendere ed arrivavano a volte con poca acqua, senza scarpe, proprio subito dopo lo sbarco. Adesso invece c'è una prima tappa a Bologna dove arrivano dalla Sicilia. Stanno lì qualche giorno, di solito fanno il primo screening sanitario e poi inizia la distribuzione in tutta la Regione».
Che attività fanno per passare meglio le loro giornate?
«Abbiamo sottoscritto dei percorsi con la Uisp ed anche con il Csi – conferma – e molti, qui a Sassuolo sono stati inseriti nelle squadre di calcio, come la San Giorgio».
Sfatiamo il mito su soldi che ci sono dietro a questi progetti. Quanto costano ogni giorno queste persone?
«Più o meno 32,50 euro al giorno – precisa la coordinatrice – e solo 2 ,50 al giorno vanno a loro, tutto il resto è bollette, mangiare, vestiti, scuola; poi altre attività che facciamo con loro, i corsi di formazione, stage, tirocini e gli stipendi degli operatori, tutti laureati. Non resta molto spazio al lucro, come si dice in giro».
«Al momento – dice Silvia – abbiamo a Sassuolo 64 persone, suddivise in 12 appartamenti non vicini tra loro. Sono in centro, a Pontenuovo, a Rometta. Devo confermare che in queste aree non è quasi mai successo nulla di increscioso, tranne in via Refice dove in ogni caso è stata convocata una riunione tra gli alloggiati e la polizia municipale ed è stato evidenziato che il comportamento di alcuni di essi non era proprio irreprensibile: poi tutto si è incanalato per il verso giusto».
Silvia Sbrighi coordina anche il resto dei profughi, in tutto il distretto ceramico da Frassinoro a Formigine, dove lavorano una decina di operatori di Caleidos (4 a Sassuolo).
Ma cosa si fa per tenere attivi questi ragazzi, in gran parte dai 18 ai 25 anni?
«Ci sono le attività previste dal bando della prefettura che sono obbligatorie: l'assistenza sanitaria e tutto ciò che concerne alla salute; tutto cio che concerne l'aspetto legale, quindi i documenti per essere riconosciuto come profughi; l'aspetto della casa, della vita quotidiana, del pocket money e la gestione del denaro e dei contributi che gli vengono dati; poi hanno a loro disposizione mediatori e operatori sociali che li aiutano nella vita di tutti i giorni. C'è poi l'orientamento al territorio ed al lavoro: i contatti con le agenzie interinali, la redazione dei curriculum, i rapporti con il centro per l'impiego».
Questo lo fate per quelli che vogliono rimanere qui?
«Questo noi lo facciamo per tutti - continua la coordinatrice di Caleidos - perchè, in teoria, avendo iniziato il percorso di richiedenti asilo qui in Italia sono obbligati a restare in Italia. Nel 2014/2015 erano veramente pochissimi, ora ne vediamo qualcuno in più, però comunque una minima parte: in provincia di Modena pochi, mentre molti di quelli che rimangono in italia, vanno a Roma, Milano o nel sud Italia, Napoli e Foggia, perchè lì è molto più facile lavorare. La maggior parte comunque va all'estero. Germania, Austria, tutte le nazioni del nord Europa, Francia, Spagna, Norvegia».
Vi occupate anche del l'orientamento sul territorio, lavoro, casa, persona.
«Esattamente - aggiunge Silvia - sia l'ambito socio occupazionale, relazionale, l'integrazione (che viene svolto secondo quello che si riesce sul teritorio, anche in collaborazione col Comune) se e nella misura che i ragazzi vogliono impegnarsi. Questo effettivamente non è obbligatorio, è una cosa in più per chi vuole farlo. E tra le cose obbligatorio c'è anche la scuola d'italiano, l'apprendimento della lingua con il Cpa, che è la scuola statale. Noi li iscriviamo tutti obbligatoriamente, poi c'è chi frequenta di più e chi di meno. Dal monte ore che ci viene chiesto dalla prefettura manca qualcosa che aggiungiamo noi, con lezioni con una scuola di italiano interna. Bisogna arrivare ad un monte ore di 10 settimanali, ma il Cpa ne offre solo 5/6, quindi per colmare il monte ore abbiamo degli insegnanti di Caleidos. Poi c'è il servizio di assistenza psicologica. I casi gravi vengono inviati al centro di salute mentale mentre i casi post traumatici del viaggio ed altro li trattiamo con i professionisti convenzionati».
A Sassuolo arrivano nelle prime 48/72 ore dopo lo sbarco?
«Una volta era così perchè arrivavano con il progetto “Mare Nostrum” con un pullman dall'aeroporto di Verona o si andavano a prendere ed arrivavano a volte con poca acqua, senza scarpe, proprio subito dopo lo sbarco. Adesso invece c'è una prima tappa a Bologna dove arrivano dalla Sicilia. Stanno lì qualche giorno, di solito fanno il primo screening sanitario e poi inizia la distribuzione in tutta la Regione».
Che attività fanno per passare meglio le loro giornate?
«Abbiamo sottoscritto dei percorsi con la Uisp ed anche con il Csi – conferma – e molti, qui a Sassuolo sono stati inseriti nelle squadre di calcio, come la San Giorgio».
Sfatiamo il mito su soldi che ci sono dietro a questi progetti. Quanto costano ogni giorno queste persone?
«Più o meno 32,50 euro al giorno – precisa la coordinatrice – e solo 2 ,50 al giorno vanno a loro, tutto il resto è bollette, mangiare, vestiti, scuola; poi altre attività che facciamo con loro, i corsi di formazione, stage, tirocini e gli stipendi degli operatori, tutti laureati. Non resta molto spazio al lucro, come si dice in giro».
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