Gazzetta di Modena

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Maria Sergio: «Mai ricevuto pressioni»

di Alberto Setti
Maria Sergio: «Mai ricevuto pressioni»

La moglie del sindaco di Reggio voluta a Modena da Muzzarelli: «’Ndrangheta e urbanistica? Solo illazioni false»

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MODENA. Delle infiltrazioni mafiose a Reggio ha saputo quando il sindaco Delrio l’ha messa in allerta. Ma non ha mai ricevuto pressioni, ammiccamenti, non conosce nessuno degli imputati ad Aemilia. E non è vero che personaggi vicini alle cosche hanno partecipato al funerale di suo padre, poi lei i cutresi in genere non li frequenta, perchè ha fatto altre scelte.

È stata una testimonianza tutta sulla prudenza difensiva quella che il dirigente del Comune di Modena, Maria Sergio, cutrese di origini e moglie dell’attuale sindaco di Reggio, Luca Vecchi, ha reso al processo Aemilia, nell’aula bunker dove pochi istanti prima ha testimoniato il marito sindaco.

Artefice a sua volta di formalissime risposte, tese a certificare la sua totale estraneità a qualsiasi situazione ambigua, a sostenere un progressivo impegno, prima da capogruppo di maggioranza e poi da sindaco, nella lotta alle infiltrazioni che gli esperti e gli incendi in città avevano progressivamente disvelato, fino allo squarcio dell’inchiesta Aemilia. Scontati i contenuti, Vecchi ha mostrato un piglio attento ai tranelli, e certamente meno soporifero del suo predecessore Delrio, che ha testimoniato la settimana precedente. Niente domande scomode, tuttavia. Ad esempio sulla casa acquistata da Vecchi e consorte da Francesco Macrì un paio d’anni prima che il venditore finisse in carcere, proprio per Aemilia. O sul fatto che nè sindaco nè moglie avessero sentito il bisogno di comunicare questa circostanza, una volta che il nome di Macrì era finito sui giornali, per un suo presunto ruolo - non così centrale - nel sottobosco della cosca che ha infiltrato l’Emilia.

Niente domande e niente risposte della Sergio sulla sua testimonianza, quando venne convocata dagli investigatori, o sui contenuti dell’informativa riservata e della lettera anonima ai giornali reggiani che citavano il suo nome e di cui in qusti anni si è lungamente discusso, in politica più che tra gli investigatori.

«Non ha mai ricevuto minacce, intimidazioni, pressioni?», le ha chiesto l’avvocato Piccolo, provando a scavare oltre le genericità di circostanza.

«No, fosse stato così lo avrei denunciato», ha risposto categorica la Sergio. Quarantasei anni, come sempre ben curata nel look, Sergio ha raccontato la sua vita: «Sono nata a Cutro, ma all’età di un mese sono venuta a Reggio. I cutresi non li ho mai frequentati, al paese sarò andata giusto due volte. Ho frequentato ingegneria a Bologna, ho lavorato dal 1998, in Provincia dal 2002 al 2004 e poi come dirigente dell’Urbanistica del Comune dal 2004», e prima del suo approdo a Modena.

Con l’elezione del marito a sindaco, è noto, Maria Sergio è stata accolta soto la ghirlandina, dal sindaco Muzzarelli.

Chiamata a descrivere il suo lavoro, durante la testimonianza al processo ha cercato di limitarne gli aspetti discrezionali, il potere, evocando leggi, regolamenti, delibere, amministrazioni alle quali dover attenersi.

E ha garantito che con il suo arrivo in Comune a Reggio c’erano aperte quattro varianti al Prg da gestire e una infinità di piani particolareggiati in istruttoria. Ma poichè Reggio si apprestava a diventare una città a consumo zero di territorio, Sergio (parlando anche di 1600 osservazioni al Psc che si andava a preparare) ha sostenuto davanti alla corte che quella «è stata una stagione di tanti no».

«Mai avvicinata (impropriamente) da imprenditori cutresi, mai sentito parlare di mafiosi tra coloro che si approcciavano all’ufficio» ha detto, irritando l’avvocato Piccolo. Il quale, perplesso, le ha faticosamente fatto quantificare in circa 20mila i cutresi che vivono a Reggio. Come dire: qualcuno l’avrai pur incontrato, di Cutro.

«Mai fatto incontri da sola con gli imprenditori, c’era sempre qualche collega o un assessore», ha replicato Sergio. Incalzata da Piccolo, ha poi ammesso che «in ambito lavorativo qualche nome o ditta sospetta l’ha incrociata. Perchè Delrio aveva avvisato e perchè «siamo tenuti nell’ambito dei procedimenti a chiedere informazioni, a collaborare strettamente con la prefettura...».

Della casa acquistata dall’imputato Macrì ha detto di aver letto sul giornale la questione. Come dire che prima le era sfuggita? E dei presunti mafiosi al funerale del padre - anche qui dopo qualche insistenza - ha detto categoricamente: «Ho verificato, sono notizie che poi non sono risultate vere».
 

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