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Germana Bartoli: L’arte, due segni che dicono tutto Questa è la libertà

di Arianna De Micheli
Germana Bartoli: L’arte, due segni che dicono tutto Questa è la libertà

Una vita tra pittura e insegnamento a scuola Come soggetti alberi ma soprattutto donne

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Germana entra nel cuore altrui in punta di piedi ma con una potenza emotiva quasi eroica. Il suo sorriso scalda, accoglie, eppure non cela il silenzio. Anzi lo amplifica come una eco infinita. Un vissuto profondo lascia sempre il segno. E, all’occorrenza, si fa disegno. «Da ragazzina disegnavo ovunque mi trovassi. Allo stesso modo di chi affida alle pagine di un diario i segreti quotidiani della propria anima, io in ogni tratto mettevo tutto il mio intimo sentire». I soggetti più amati? Alberi «perché trovo che abbiano molto in comune con le persone».

Ma soprattutto donne. Già in tempi non sospetti. Ossia ben prima che il riscatto dell’universo femminile dalla negazione dei soprusi diventasse la cifra stilistica del suo lavoro. Donne che conosce, che vede con gli occhi di bimba (e che mai abbandonerà una volta adulta) e di cui intuisce il non detto oltre la maschera. La nonna contadina mentre vendemmia, la mamma Cesarina alle prese con l’uncinetto, la sorella Mara modella prediletta. In lei Germana si specchia e si svela. Ma il suo è ancora un monologo a senso unico che evita il confronto con l’esterno. Gli altri - gli alieni - estimatori, detrattori, acquirenti o semplici curiosi, verranno in un secondo momento

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. La condivisione di sé con il mondo per Germana Bartoli ha tempi di meditazione piuttosto lunghi. «Quando portavo i miei lavori dal corniciaio provavo vergogna. Non volevo che li guardasse, era come mettersi a nudo di fronte ad un estraneo». Succede nel 2007. È l’amica Franca Semprebon, già nota pittrice, a convincerla ad esporre insieme nel Salotto Muratori di Vignola. Inizia quindi un percorso artistico entusiasmante che vedrà Germana Bartoli affermarsi in veste di artista tanto in Italia quanto oltreconfine. «Ho ottenuto maggiore gratificazione all’estero piuttosto che nel nostro Paese. Sono state le donne della mia famiglia a spingermi ad uscire dal guscio. Mia madre è scomparsa prima che mi decidessi ad esporre. Credo sia questo il mio più grande rammarico. Determinante è stato, e continua ad essere, il sostegno da parte di mio figlio Enrico e di mio marito Andrea. Entrambi mi hanno sempre seguita e incoraggiata». Mute ma assordanti nella tensione delle mani, nella crudezza di un dettaglio o nella disarmante tenerezza di uno sguardo, le donne di Germana, realizzate in tecnica mista - «non uso l’olio, è troppo lento» - e mai finite - «il non finito è speranza, cambiamento, evoluzione» - nell’assenza dell’alter ego virile parlano a quegli stessi uomini che, una volta superato il sottile disagio, cedono all’incanto. Sono donne che scuotono le altre donne. «C’è chi reagisce negando l’evidenza. Tanto da sostenere che i miei quadri sono troppo violenti». Il rosso, colore che veste i papaveri di un’infanzia trascorsa a rincorrersi nei campi di grano, non manca mai. Basta una traccia scarlatta, una macchia perché la rassicurante dolcezza di un viso si dissolva in una solitaria sofferenza. «Fare arte è faticoso, a volte doloroso. Non esiste spazio per l’improvvisazione. È una ricerca continua che non concede tregua. E quando inizi a sentirti troppo sicuro del tuo talento… beh, devi distruggere, sottrarre, togliere il superfluo. Un’operazione complicatissima. Ma non ci si può crogiolare nell’autocompiacimento estetico. Due segni che dicono tutto: ecco la vera libertà. Io oggi sono nella fase della distruzione. I miei lavori sono un groviglio di segni». Docente di Storia dell’Arte al liceo linguistico Selmi di Modena la prof. Bartoli nutre profonda fiducia nei giovani. Una stima ricambiata.

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«Nel 2009 ho esposto al Palazzo Ducale di Pavullo. A sorpresa si sono presentati i ragazzi delle quinte classi. Con l’intento di mantenere separato il ruolo di artista da quello di insegnante ero stata zitta. Quando hanno scoperto che iniziavo a farmi un nome nel mondo dell’arte quasi si sono offesi. Doveva dircelo, è qualcosa in più che a noi serve per crescere. Queste le loro parole. I giovani amano il bello e io amo moltissimo insegnare loro storia dell’arte. Non posso però esimermi dal stigmatizzare la “buona scuola”. Una scuola inaridita che è diventata un’azienda. Capita che alcuni dei miei vecchi alunni… vecchi si fa per dire… mi chiamino per raccontare di esplorazioni museali compiute in compagnia dei propri figli. Lo trovo commovente». Ma che cosa ne pensa la nostra interlocutrice di chi sostiene che se non dedichi l’intera giornata alla creazione non puoi considerarti un vero artista? «Mi pare riduttivo. Poter contare su uno stipendio che esula dall’attività artistica rappresenta un vantaggio. Tagliare il cordone ombelicale che mi tiene legata alle mie “creature” è sempre penoso. Posso però concedermi il lusso di scegliere a chi cederle». Ospite di casa perfetta con tanto di squisita torta preparata per l’occasione, Germana si fida a tal punto da donarci la chiave del suo “posto segreto”: la mansarda. Qui disegna e dipinge. Un qui dove, per sua stessa ammissione, «non porto quasi nessuno». È piena di luce questa piccola, bella signora. Ma è sufficiente uno sguardo a quell’unico autoritratto per inciampare nell’ombra. “E venne ottobre” si intitola. «Separamene? Mai». Se la scrittrice irlandese Josephine Hart (1942-2011) avesse ancora facoltà di parola direbbe che la giovane donna d’ottobre ha lo sguardo pericoloso di chi ha subito un danno. E sa di poter sopravvivere.


LA SCHEDA - MOSTRE IN GIRO PER L'EUROPA

Germana Bartoli è modenese d’adozione. Nasce infatti a Sabbione in provincia di Reggio Emilia e studia scenografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Fino a che, negli anni Ottanta, si stabilisce all’ombra della Ghirlandina e inizia ad insegnare storia dell’arte. Ancora oggi è docente al liceo linguistico Selmi di Modena.
Germana disegna sin da quando era bambina ma il suo esordio in pubblico avviene solo nel 2007. Espone infatti a Vignola in tandem con Franca Semprebon. La sua prima personale all’estero risale al 2012 e vede come luogo deputato Vienna. Nel 2013 a Parigi vince il primo premio per la pittura nell’ambito dell’Esposizione internazionale d’arte contemporanea “Suggestions d’art moderne” (Galerie Thuillier).
Un riconoscimento importante che le consente di partecipare l’anno seguente alla Biennale d’arte internazionale ospitata a Roma nelle Sale del Bramante. Nel 2014 l’artista espone anche a Bruxelles. Suo sostenitore della prima ora è Giancarlo Corrado presidente del circolo A. L. Muratori. «Giancarlo ha creduto in me sin dal primo momento motivo per cui provo nei suoi confronti un sentimento di profonda riconoscenza» ricorda Germana. «Per me non è stato facile decidere di esporre i miei lavori. Probabilmente senza il sostegno della mia famiglia e di Giancarlo non ci sarei riuscita. Se ho varcato la soglia del mondo dell’arte lo devo anche a lui». <QM>(a.d.m.)
 

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