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«Minacce di morte a Tizian sono eversive»

«Minacce di morte a Tizian sono eversive»

Le motivazioni delle condanne al processo “Black Monkey”: Femia agiva in gruppo ’ndranghetistico

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Le minacce al giornalista Giovanni Tizian sono «un aspetto addirittura eversivo, un attentato alla Costituzione» che stabilisce che la stampa non può essere soggetta a censura. Così i giudici del tribunale di Bologna ne parlano nelle motivazioni della sentenza del processo “Black Monkey”, concluso con 23 condanne e il riconoscimento di un'associazione di stampo mafioso capeggiata da Nicola Femia. In una conversazione intercettata dalla Guardia di Finanza, l'imputato Guido Torello parlava con Femia di uccidere il giornalista, all'epoca alla Gazzetta di Modena, «colpevole di aver denunciato sulla stampa l'attività criminale dei Femia», ricordano i giudici.

Nell'assegnare un risarcimento di 100mila euro a Tizian e di 50mila all'Ordine dei giornalisti, i giudici sottolineano come nel fatto in questione «si manifesta in modo ancora più drastico a pericolosità della mafia quale contropotere che tende ad avere il controllo sociale, a tacitare l'informazione e, lentamente ma progressivamente, a inserirsi nelle istituzioni fino a sostituirsi ad esse».

Una «capacità intimidatoria, progressivamente affermata con atti concreti e abituali (visite in gruppo, minacce, estorsioni, pestaggi), che ha garantito sempre più soggezione e omertà in capo a chi ha avuto a che fare con l'associazione, vale a dire un potere diffuso e capillare derivante al clan dalla sola sua esistenza». È questa una delle caratteristiche dell'associazione capeggiata da Nicola Femia, condannato a 26 anni, tratteggiata nelle motivazione. I giudici, presidente Michele Leoni, hanno accolto l'impostazione del pm Francesco Caleca e il 22 febbraio hanno pronunciato condanne per tutti e 23 gli imputati infliggendo circa 170 anni di carcere e riconoscendo l'associazione di stampo mafioso per alcuni dei condannati, e individuando in Femia, nel frattempo divenuto collaboratore di giustizia, il capo. E nei due figli Rocco Maria Nicola e Guendalina e nel genero Giannalberto Campagna «il cerchio magico». Si trattava di un'associazione, scrive il tribunale, «in particolare di tipo 'ndranghetistico, insediata fuori dai territori tipici della radicazione originaria». Un gruppo criminale che faceva profitti con il gioco illegale e che era in grado di attuare la «moderna strategia tipica delle organizzazioni mafiose», cioè iniziare rapporti economici con imprese, farle indebitare e ridurle in uno stato di decozione e poi soggiogarle e rilevarle «contando, come ultima carta vincente, sulla forza intimidatrice del gruppo».

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