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La piscina Dogali: un tuffo nella storia dell’architettura

di Maria Vittoria Melchioni
La piscina Dogali: un tuffo nella storia dell’architettura

Esempio dello stile razionalista del “Ventennio” l’impianto fu realizzato in due anni dal ‘34 al ‘36

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La presunta dichiarazione della presidente della Camera Laura Boldrini riguardo alla connessione tra architettura razionalista ed apologia del fascismo, ha riportato alla ribalta della cronaca uno stile che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma che spesso ignoriamo. Il “razionalismo” si sviluppò in Italia negli anni Venti e Trenta del Novecento in stretto collegamento con il “Movimento Moderno” internazionale, seguendo i principi del funzionalismo, che proseguì con notevoli variazioni fino agli anni '60 circa. Nel solo centro di Modena si contano numerose espressioni dello stile “littorio” a partire da uno dei simboli della città e cioè la fontana dei due fiumi del Graziosi. Sempre in Largo Garibaldi troviamo l'ex Albergo Reale ora trasformato in palazzo con abitazioni di lusso, poco prima sulla via Emilia la caserma in angolo con via Cucchiari, numerosi palazzi di viale Ciro Menotti, il monumento ai caduti, il liceo Tassoni e potremmo andare avanti nell'elenco fino ad annoiarvi, ma non vogliamo non citare le piscine Dogali. Un po' anche perché d'estate sono sulla bocca di tutti, essendo l'unica piscina praticamente in centro e luogo di ritrovo e ristoro per chi deve passare i mesi più caldi in città. Già il nome è evocativo di un passato in cui ideologia ed ideale si fondevano indissolubilmente per fare propaganda attraverso l'architettura. Il sogno di gloria della battaglia di Dogali (che fu combattuta il 26 gennaio 1887 a Dogali in Eritrea tra le truppe del Regno d'Italia e le forze dell'Impero Etiope durante la prima fase di espansione italiana in Eritrea) viene traslato in un impianto sportivo, dove la vittoria doveva essere celebrata attraverso il connubio tra i corpi scolpiti degli atleti, colti nell'atto del trionfo e l'espressione architettonica di costruzioni come per esempio la torre, che svetta in modo simbolico sulla vasca olimpionica. Questa performance ideale fu progettata dall'ingegnere bolognese Arturo Manaresi con l'ufficio tecnico del Comune nel 1934 e terminata nel 1936, costruita poco prima dello stadio “Marzari” (l'attuale “Braglia”), nella cui costruzione Manaresi fu coinvolto successivamente dal collega Umberto Costanzini. Per la descrizione tecnica dell'impianto ci affidiamo a quanto scritto dai tecnici: “Il corpo principale si compone di due volumi: il primo, più basso e allungato e solcato da semplici finestre a nastro in entrambi i piani, ospita gli spogliatoi, gli uffici e sulla sommità della copertura piana un’ampia terrazza/solarium. Il secondo, più compatto e di maggiore altezza, accoglie gli spazi di servizio, i locali impiantistici e un bar/ristorante affacciato direttamente verso la vasca olimpionica all’aperto, sul cui lato nord vennero collocati i pregevoli trampolini in calcestruzzo armato, oggi malauguratamente demoliti. Il fronte verso la vasca, calibrato e lineare, è dominato da una monumentale torre a base quadrata. Incisa verticalmente da una elegante fenditura vetrata e impreziosita dal grafico orologio sulla sommità, la torre termina con un agile pennone che ne accentua il carattere di segnale urbano riconoscibile a distanza”. La piscina e tutto l'impianto subì un sostanziale restauro e ampliamento fra il 1964 e il 1968 quando nella rimanente porzione di lotto sul retro della porzione che ospita gli spogliatoi viene costruito un nuovo edificio destinato ad accogliere una vasca coperta di 25 mt. Il progetto, a cura della Ripartizione Lavori Pubblici del Comune ed eseguito dalla Cooperativa Muratori di Modena, presenta la firma di Tullio Zini come “disegnatore”. Orientato perpendicolarmente rispetto al preesistente edificio e collocato parallelamente a viale Montecuccoli, questo nuovo corpo si caratterizza per il virtuosismo strutturale e l’espressiva copertura al di sopra della vasca, una trave reticolare a luce unica che simula il profilo di un’onda. Sarebbe davvero un sacrilegio privarsi di un “pezzo unico” così.

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