Gazzetta di Modena

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Microchip nei camici, scoppia la bufera a Modena

di Luca Gardinale
Microchip nei camici, scoppia la bufera a Modena

La Cisl attacca l’azienda Ausl: «Se effettivamente risulterà un sistema di controllo, denunceremo chi lo ha permesso» 

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MODENA. Non servono a chiudere il camice, e non sono nemmeno di bellezza (anche perché praticamente non si vedono). Che cosa siano e a cosa servano dovrà quindi dirlo l’Azienda Usl di Modena, anche perché i sindacati sono già pronti alla battaglia.

‘Loro’ sono dei piccoli dispositivi elettronici che alcuni dipendenti dell’azienda hanno trovato dopo un’accurata analisi delle divise, all’altezza delle cuciture di maglie e pantaloni, su sollecitazione della Funzione pubblica della Cisl.

Facendo un passo indietro, il caso dei microchip sulle divise del personale della sanità pubblica è scoppiato nei giorni scorsi a Genova, quando un dipendente si è accorto del dispositivo, grande più o meno come una lenticchia e inserito tra le cuciture dell’abbigliamento da lavoro.

Microchip la cui presenza è stata motivata dall’azienda locale come un sistema di riconoscimento necessario alle lavanderie per riconsegnare i capi al legittimo proprietario, anche se la spiegazione non ha convinto per nulla i sindacati, che ora sono sul piede di guerra. E proprio il caso genovese ha convinto le sigle modenesi della funzione pubblica a fare una verifica immediata anche nella nostra provincia: controlli che, almeno sui primi casi, hanno dato esito positivo, con una decina di infermieri (di tre diverse unità operative) che si sono accorti di un piccolo dispositivo inserito tra le cuciture della divisa. Ritrovamento che ha stupito il personale, che ha chiesto informalmente il motivo di quella ‘presenza’, sentendosi rispondere (così come successo in Liguria) che si trattava di dispositivi inseriti nel vestiario dalla azienda privata che fornisce le divise, con l’obiettivo di consentire alle lavanderie di restituirle ai proprietari evitando lo 'scambio' dei capi. «Per ora abbiamo avviato una verifica - conferma Patrizia De Cosimo, rappresentante della segreteria provinciale della Cisl - e sono emersi i primi casi anche a Modena, ma i controlli saranno estesi a tutti i seimila dipendenti dell’Azienda Usl».

Ma al di là delle verifiche empiriche, i sindacati hanno chiesto subito chiarimenti all’azienda: «Se effettivamente risulterà che si tratta di un sistema di controllo - riprende la sindacalista - valuteremo se denunciare chi ha permesso l’attivazione di questo sistema. Insomma, non stiamo discutendo la possibilità del datore di lavoro di mettere in piedi un sistema di controllo, ma chi lo fa ha il dovere di avvertire il lavoratore, spiegando a chi andranno quei dati e cosa ne sarà fatto».

Così come successo a Genova, infatti, i sindacati non sono disposti ad accettare la giustificazione delle necessità delle lavanderie, e vedono la presenza dei microchip come una semplice volontà di controllare i dipendenti: «Il che è possibile - ribadisce la rappresentante della segreteria della Cisl - ma non in questo modo, e non senza informare il personale. Per fare un esempio, mettere un chip nella divisa di un lavoratore è un po’ come installare una videocamera in bagno: il lavoratore deve quanto meno saperlo…».

Ma le perplessità dei sindacati riguardano anche le spese dell’operazione: «I microchip hanno un costo - riprende la De Cosimo - possibile che non si potesse ragionare su un sistema diverso, tipo un codice a barre o qualcosa di simile?».

In ogni caso, per ora le sigle della funzione pubblica sono in attesa di una risposta dall’azienda, così come i colleghi bolognesi: anche sotto le due torri, infatti, dopo l’esplosione del caso genovese sono stati fatti dei ‘ritrovamenti’ inattesi tra le cuciture delle divise, portando i sindacati a chiedere chiarimenti all’Ausl.
 

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