«Microchip, i medici dovevano sapere»
La Cisl rilancia, scrive alla Regione e cita la Cassazione: «La sola installazione obbliga a informare»
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Prendono atto della risposta dell’Ausl, ma non la trovano soddisfacente. E rilanciano con una richiesta di chiarimenti inviata alla Regione - dunque all’assessore alla Sanità Venturi e al direttore generale Petropulacos, ex dg del Policlinico - basata su una sentenza della Cassazione che dice una cosa chiara: se si installa un qualsiasi impianto in grado di rilevare anche potenzialmente dati sensibili (e quindi indipendentemente dal fatto che il sistema sia attivo) bisogna dirlo ai lavoratori. Il tema è ancora quello dei microchip trovati nei giorni scorsi tra le cuciture degli abiti di alcuni dipendenti dell’Ausl di Modena - così come avvenuto la settimana scorsa in Liguria, dove è nato il caso - che lunedì scorso aveva portato la Cisl a chiedere chiarimenti urgenti all’azienda. Chiarimenti che l’Ausl ha fornito, spiegando che i microchip vengono inseriti dall’azienda produttrice in tutte le divise (a prescindere dalla richiesta del committente), ma che quelli presenti nei vestiti dei dipendenti modenesi non sono attivi, e dunque non sono utilizzati in alcun modo, nemmeno per esigenze di lavanderia (spiegazione che invece è stata data per i casi genovesi). Una risposta che soddisfa solo in parte la Funzione pubblica della Cisl, che insieme alla sigla dei Medici e ai colleghi bolognesi - in questi giorni il caso è esploso anche sotto le due torri, con il ritrovamento di alcuni chip nel vestiario del personale - ha deciso di rivolgersi alla Regione. «Ci fa piacere sapere che i dispositivi non sono attivi - spiegano Davide Battini e Patrizia De Cosimo, segretario e rappresentante della segreteria della Fp Cisl Emilia centrale - ma è bene ricordare che esiste una sentenza del 2016 in cui la Cassazione spiega che la presenza di qualsiasi impianto in grado di raccogliere dati, al di là della semplice tracciatura, deve essere comunicata ai lavoratori. Il che significa che l’Ausl di Modena avrebbe dovuto informare il personale della presenza dei microchip nelle divise, anche se i dispositivi non vengono utilizzati». Nel testo (la sentenza è del 26 ottobre scorso), affrontando il tema delle telecamere installate in un’azienda ma non in funzione, la Suprema Corte fa notare che per ledere la riservatezza dei lavoratori «è sufficiente la mera predisposizione di apparecchiature idonee a controllare a distanza l’attività dei lavoratori, in quanto per la punibilità non è richiesta la messa in funzione o il concreto utilizzo delle attrezzature, essendo sufficiente l’idoneità al controllo a distanza dei lavoratori e la sola installazione dell’impianto». (l.g.)
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