Diabete, casi triplicati in 15 anni
di Saverio Cioce
Il numero dei pazienti modenesi è passato da 15mila a 49mila. Cala però la quantità dei ricoveri
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I modenesi con malattie legate al diabete sono triplicati in quindici anni passando da una stima di 15-20mila casi agli attuali 49mila. Il balzo in avanti porta Modena e i modenesi al poco invidiabile primato di una percentuale del 7,1% di pazienti sul totale della popolazione. Attorno al 2000-2001, sempre per restare sulle cifre percentuali, il tasso si fermava invece al 4,5%.
«Siamo alla pandemia, i numeri parlano da soli - sospira la dottoressa Anna Vittoria Ciardullo, responsabile del percorso medico per tutti i diabetici modenesi in età adulta - Una situazione prevista nei dettagli già negli anni ’80 per tutti i paesi occidentali. Da questo punto di vista l’Italia e Modena non fanno eccezione. Alimentazione veloce, merendine, o fast food e mense, unite alla vita sedentaria e ad altri stili di vita sbagliati portano inesorabilmente a queste conseguenze. Purtroppo si scoprono troppo tardi anche se la sensibilizzazione su questo tema è molto cresciuta e le diagnosi si sono anticipate, permettendo soluzioni meno invasive e mirate. Insomma, i danni sono molto minori di quello che avveniva solo vent’anni fa».
I numeri della rete diabetologica, estesa a tutta la provincia grazie all’integrazione tra ospedali e territorio, stanno lì a dimostrarlo. Certo, il “piede diabetico”, le complicazioni sugli arti inferiori che limitano o impediscono di camminare, ci sono ma con numeri ridottissimi. Le amputazioni di dita o del piede si contano su poche unità rispetto al totale dei quasi 50mila pazienti. E ancora, i ricoveri sono meno del 10% del totale e solo nei giorni festivi e durante le ferie, quando i medici di famiglia non ci sono e i pazienti vanno in crisi acuta.
«La realtà vera è che oggi i pazienti diabetici sono affetti da una malattia cronica che viene curata ambulatorialmente nei casi più gravi - dice con ottimismo la Ciardullo - Tutto per via endovenosa: dunque un bel passo avanti».
Anche i numeri totali, nonostante l’incubo del boom diabetico, lasciano ben sperare perché nel complesso le cure permettono di tenere sotto controllo i pazienti garantendo loro una vita decorosa. A preoccupare di più è il Tipo 2, che colpisce il 95% dei modenesi e dove gli stili di vita troppo spericolati (e poco salutistici) sono decisivi per varcare la soglia dell’ospedale.
«Anche la cecità ormai è un fatto rarissimo - conclude la dottoressa Ciardullo - perché il controllo delle maculopatie e retinopatie diabetiche è molto stretto. E lo stesso vale per le conseguenze per i reni e le arterie». In attesa di far calare i numeri totali dei malati si lavora per sensibilizzare la popolazione. Sui quasi 700mila modenesi residenti in città e provincia è molto attivo il passaparola su questa malattia, le sue conseguenze e i costi sociali, i modi per evitarla o ridurre al minimo le conseguenze. Quello che manca è la consapevolezza che, come la pallina in un imbuto, anche il piano inclinato delle cattive abitudini finisce per portare tutti, prima o poi, tra le corsie d’ospedale.
Diabetici a nostra insaputa? Sì, se ci si accontenta solo di dare un’occhiata alla glicemia ogni tanto.
«Siamo alla pandemia, i numeri parlano da soli - sospira la dottoressa Anna Vittoria Ciardullo, responsabile del percorso medico per tutti i diabetici modenesi in età adulta - Una situazione prevista nei dettagli già negli anni ’80 per tutti i paesi occidentali. Da questo punto di vista l’Italia e Modena non fanno eccezione. Alimentazione veloce, merendine, o fast food e mense, unite alla vita sedentaria e ad altri stili di vita sbagliati portano inesorabilmente a queste conseguenze. Purtroppo si scoprono troppo tardi anche se la sensibilizzazione su questo tema è molto cresciuta e le diagnosi si sono anticipate, permettendo soluzioni meno invasive e mirate. Insomma, i danni sono molto minori di quello che avveniva solo vent’anni fa».
I numeri della rete diabetologica, estesa a tutta la provincia grazie all’integrazione tra ospedali e territorio, stanno lì a dimostrarlo. Certo, il “piede diabetico”, le complicazioni sugli arti inferiori che limitano o impediscono di camminare, ci sono ma con numeri ridottissimi. Le amputazioni di dita o del piede si contano su poche unità rispetto al totale dei quasi 50mila pazienti. E ancora, i ricoveri sono meno del 10% del totale e solo nei giorni festivi e durante le ferie, quando i medici di famiglia non ci sono e i pazienti vanno in crisi acuta.
«La realtà vera è che oggi i pazienti diabetici sono affetti da una malattia cronica che viene curata ambulatorialmente nei casi più gravi - dice con ottimismo la Ciardullo - Tutto per via endovenosa: dunque un bel passo avanti».
Anche i numeri totali, nonostante l’incubo del boom diabetico, lasciano ben sperare perché nel complesso le cure permettono di tenere sotto controllo i pazienti garantendo loro una vita decorosa. A preoccupare di più è il Tipo 2, che colpisce il 95% dei modenesi e dove gli stili di vita troppo spericolati (e poco salutistici) sono decisivi per varcare la soglia dell’ospedale.
«Anche la cecità ormai è un fatto rarissimo - conclude la dottoressa Ciardullo - perché il controllo delle maculopatie e retinopatie diabetiche è molto stretto. E lo stesso vale per le conseguenze per i reni e le arterie». In attesa di far calare i numeri totali dei malati si lavora per sensibilizzare la popolazione. Sui quasi 700mila modenesi residenti in città e provincia è molto attivo il passaparola su questa malattia, le sue conseguenze e i costi sociali, i modi per evitarla o ridurre al minimo le conseguenze. Quello che manca è la consapevolezza che, come la pallina in un imbuto, anche il piano inclinato delle cattive abitudini finisce per portare tutti, prima o poi, tra le corsie d’ospedale.
Diabetici a nostra insaputa? Sì, se ci si accontenta solo di dare un’occhiata alla glicemia ogni tanto.
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