Modena, la morte di Mattia Dall'Aglio. Presidente e coach: "Non si stava allenando"
I responsabili del gruppo sportivo dove Mattia si preparava ricostruiscono quanto accaduto nella palestra domenica 6 agosto. «Semplice riscaldamento aerobico senza pesi»
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«Per noi è morto un figlio. È difficile da spiegare», dice Mirco Merighi, presidente e responsabile della palestra interna alla piscina dei vigili del fuoco. Mentre inizia a parlare di Mattia Dall'Aglio e della sua morte a soli 24 anni, viene sopraffatto dalla commozione. Prende il suo posto Luciano Landi, l'allenatore, colui che ha formato sportivamente e ha visto crescere un talento del nuoto. Dice Luciano: «Mattia, io l'ho visto più dei miei stessi figli. Bisogna capire quanto dolore provoca la sua morte. Mattia viveva insieme a noi, faceva le cose che facciamo tutti noi, giravamo insieme con il Gruppo sportivo in Europa per andare a vedere non solo le gare ma anche i musei. È così che con i ragazzi si forma un legame che unisce per sempre». Al bar regna il silenzio. Nell'atrio i giovani atleti guardano i quotidiani. Non parlano. Si abbracciano. Sono più di cinquanta gli atleti che si allenavano e gareggiavano con Mattia, un anno e mezzo fa tornato ai Vigili del Fuoco di Modena dopo una parentesi nel gruppo sportivo di Imola.
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La palestra è in fondo a un corridoio. In realtà, è una stanza ampia con una porta a vetri che lascia intravvedere solo frontalmente gli attrezzi. Mattia è stato trovato privo di vita sul lato sinistro: per vederlo bisognava entrare e voltare l'angolo. Lo ha trovato un vigile del fuoco notando la porta aperta e musica in sottofondo, pensava che fosse un collega.
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«Mattia non si stava allenando – spiega Luciano – le attività del Gruppo sportivo sono finite il 4 agosto. Stava facendo attività sportiva, sì, ma leggera. Faceva caldo ma l'aria circolava: le finestre erano aperte. Mattia era abituato al caldo, come tutti gli atleti: a Roma si sono svolte le gare a 42°. È sbagliato parlare di allenamento, come è stato detto e scritto, perché da quanto abbiamo capito si trattava di un semplice riscaldamento. C'è chi prima di nuotare fa un giro in mountain bike, c'è chi corre e c’è chi fa aerobica soft come stava facendo lui, magari con l’uso di una “leg extension”. Sicuramente, non usava i pesi»
Aveva avuto problemi fisici evidenti?
Luciano: «No, era sano. Mattia aveva partecipato ai campionati assoluti a squadre il 9 aprile. Aveva avuto un intervento al naso, per questo aveva fermato l'attività agonistica. Si allenava, certo, ma sempre seguito da un tecnico. Nessun atleta va a sollevare pesi da solo; sa che è una follia, che può prendere uno strappo alla schiena o peggio. Domenica era andato nella nostra palestra solo per stare in forma in vista delle vacanze».
Che palestra è questa dei vigili del fuoco?
Mirco: «È una palestra privata ad uso di un pubblico autorizzato. Non è una palestra pubblica, come si è lasciato intendere. Per accedere bisogna rientrare in una lista di persone autorizzate. La lista è in possesso della barista, che solo agli autorizzati dà la chiave per entrare. Mattia era tra questi. La nostra palestra è frequentata dagli atleti, dai collaboratori di chi la gestisce e infine da personale e operatori della struttura».
Luciano: «Nella palestra ci sono attrezzature di vario genere. Per accedere alla sala serve preparazione atletica, si segue un protocollo di allenamenti. Mattia era allenato, sapeva bene cosa fare e cosa no. Per questo per noi è così difficile accettare quello che è successo».
La medicina sportiva contempla la Morte Cardiaca Improvvisa da sport. Si tratta di casi rari, legati spesso a malformazioni congenite non visibili dalla diagnostica utilizzata per l'agonismo.
Luciano: «È possibile. Un aneurisma, ad esempio, non è prevedibile. Non ci sarebbe modo di salvare nessuno, neanche col defibrillatore a portata di mano. Purtroppo ci sono casi di morti improvvise. Sarebbe importante che l'ingegneria medica si dedicasse a trovare una strumentazione che permetta di rilevare queste malformazioni o malattie che non emergono chiaramente. Si potrebbero curare atleti che hanno malformazioni. Tornando a Mattia, posso dire che era seguito e visitato regolarmente. Non aveva mai avuto problemi fisici».
Mirco: «Da 25 anni mandiamo avanti le attività sportive in questo impianto e ogni volta che c'è il dubbio su un atleta, anche solo un dubbio, gli facciamo fare accertamenti diagnostici più specifici. Recentemente abbiamo fatto fare a un nostro atleta con possibili problemi ereditari un elettrocardiogramma sotto sforzo. Mattia era seguito».
La Procura dice che in questa indagine ci sono più indagati per omicidio colposo.
Mirco: «Non sappiamo ancora nulla. Posso solo dire che non abbiamo nulla da nascondere, tanto meno le responsabilità. L'importante adesso è che venga scritta la verità, che si spieghi chiaramente cosa è successo e si usino i termini appropriati. Che non si scambi un allenamento con un mantenimento. Altrimenti non si fa che mettere in ulteriore difficoltà persone già distrutte dal dolore, gente che ha passato la vita per lo sport, e gli stessi ragazzi che frequentavano Mattia»
Luciano: «Ciò che temiamo è che, come sempre succede ultimamente quando si parla di sport, si avanzino sospetti insensati. Si tiri fuori il doping, ad esempio. La Procura farà i suoi accertamenti e l'autopsia chiarirà cosa ha ucciso Mattia. Anche noi vogliamo sapere. Per noi è molto difficile convivere con lo strazio di quello che è successo, con la sua scomparsa».
Carlo Gregori
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