Modena, l’abbazia di San Pietro apre lo scrigno dei tesori
Una sorpresa per i visitatori che entrano in una delle più belle chiese di Modena Allestita un’esposizione permanente con dipinti, sculture e reperti archeologici
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MODENA. La chiesa benedettina di San Pietro, a due passi dal parco delle Rimembranze, è un vero e proprio scrigno di opere d’arte e come tale merita continue cure. A tempo di record - cosa purtroppo non avvenuta in numerosi altri edifici sacri della città - è stata ripristinata dopo il sisma del 2012, sono stati poi restaurati cortili e attivati scavi che hanno portato alla riscoperta della antica chiesa preesistente del XIII secolo. Ora arrivano due nuovi progetti: parte il restauro del prezioso organo e soprattutto è disponibile un nuovo museo che raccoglie parte delle antiche collezioni del monastero di san Pietro.
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L’abate benedettino don Stefano de Pascalis e l’architetto e storico Vincenzo Vandelli presentano qui il percorso, composto da numerose preziose “chicche” artistiche. E tutto ciò in attesa di vedere - ma ci vorrà ancora tempo - le migliaia di volumi antichi che compongono l’antica biblioteca benedettina ancora superstite. «Nuovo museo - spiega don Stefano - perché avevamo numerose opere rimaste nel monastero dopo la soppressione napoleonica. A disposizione dei visitatori, basta chiedere alla Spezieria e si viene accompagnati qui: molti restano stupiti dei beni preziosi e osservano. Si visitano anche spezieria, acetaia, antichi scavi e chiesa. Abbiamo dedicato uno spazio al tema della crocifissione e poi tutte le opere antiche fino all’Ottocento tra cui dipinti importanti, frutto anche di donazioni dell’anno scorso di Bartolomeo Schedoni. Abbiamo anche un lavoro del Cavalier d’Arpino, il primo maestro di Caravaggio a Roma».
Vincenzo Vandelli illustra il percorso del nuovo museo, partendo da una premessa: «Visitando si comprende una parte importante del collezionismo modenese, all’interno dell’area dove stava lo scalone d’onore del monastero. Qui ci sono opere che erano in San Pietro, ma in più ci sono le opere degli abati che erano collezionisti. Ad esempio negli ultimi anni abbiamo scoperto che dopo la soppressione francese emerge una opera appartenuta al plenipotenziario Luigi Ceretti e al noto autore del teatro anatomico di Modena Antonio Scarpa.
Loro e l’architetto Giuseppe Maria Soli fecero di tutto per non fare rubare ai napoleonici le opere e misero le opere all’attuale Venturi. Volevamo fare qui un nuovo museo di Modena, ma la storia finì male. Oltre trenta dipinti che a fine ‘700 erano dell’abate dell’epoca ora sono disperse e in parte Ceretti le passò alla morte a Scarpa ed andarono nel Veneto.
Poi la famiglia disperse tutto a fine ‘800». Oggi i monaci hanno cercato successivamente di raccogliere parte delle opere e sono quelle presenti nel museo. «Abbiamo uno spazio che il priore ha voluto dedicare alla crocifissione con lavori di artisti antichi quali Gian Paolo Cavagna e altri ancora anonimi del ‘600 e del ‘700. Abbiamo poi un Sacro Cuore di Luigi Manzini che operò poi anche in chiesa, un prezioso Battesimo di Cristo di Giacomo Cavedoni, una matita e acquerello di Antonio Consetti, appunto il Cavalier d’Arpino».
Tra le opere degno di attenzione ci sono inoltre un meraviglioso busto di ecclesiastico di fine ‘800 della fabbrica Carlo Rubbiani e una tardo cinquecentesca opera del “periodo scuro” del Mastelletta che forse a fine ’600 era in una collezione romana. Terminano don Stefano e Vandelli: «Abbiamo tanto da fare qui, molte idee e servono anche finanziamenti per realizzarle. Presto utilizzeremo anche le possibilità offerte dall’Art Bonus per finanziarle e anche Italia Nostra ci dà una mano».
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