Morto il sen. Luciano Guerzoni
di Saverio Cioce
Dalla Fgci al Pci, poi eletto in Regione di cui diventò presidente. E per vent’anni a Palazzo Madama
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Con lui se ne va definitivamente un pezzo del Novecento modenese e di quella chiesa politica comunista di cui ricoprì tutti i ruoli sino ai massimi livelli.
La scomparsa del senatore Luciano Guerzoni, 82 anni appena compiuti, segna lo spartiacque tra due culture politiche dentro quel Pci che a Modena dal Dopoguerra ha fornito la classe dirigente delle amministrazioni locali, arrivando a una separazione di fatto con i quaranta-cinquantenni di oggi attratti dal verbo renziano.
Anche lui non ha fatto eccezione alla regola dell’ortodossia togliattiana e ha seguito dopo la caduta del Muro nell’89 tutte le strade della sua generazioni, dall’Ulivo al Pds, ai Ds sino al Pd, a cui aveva aderito nel 2007 sostenendo alle primarie la candidatura di Rosy Bindi. Ma da molto tempo si era staccato dalle spinte ministeriali di tanti colleghi di partito e aveva preso a organizzare, dopo quattro legislature al Senato la rinascita dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani sino a condurre l’ultima battaglia per il No al referendum. Negli ultimi due mesi le sue condizioni di salute erano peggiorate all’improvviso sino all’aggravamento delle ultime settimane sino alla scomparsa di giovedì sera.
E dire che le stimmate della politica di sinistra se le portava da quando bambino di nove anni guardava gli aerei e le bombe cadere, i rastrellamenti di nazisti e fascisti e l’arrivo dei partigiani nella Modena del 1945. Anche per lui, come per tanti modenesi, i mille giorni successivi alla fine del conflitto furono afflitti dal razionamento e dalle privazioni in una città che cercava di tirarsi fuori dalle macerie. Gli scontri sociali erano all’ordine del giorno e lui, giovanissimo studente delle scuole tecniche, dovette assistere agli scioperi nelle fabbriche, ai picchetti e alla repressione poliziesca che fece morti e feriti in occasione dello sciopero delle fonderie. Una maturazione politica a tappe forzate che fu notata da Giuseppe D’Alema, papà del futuro premier Massimo, quando fu mandato sotto la Ghirlandina da Togliatti. Arrivò nel ’50, con il compito di eliminare le spinte insurrezionalistiche e di rivolta sociale che parecchi gruppi coltivavano e subito notò il giovanotto. Poche parole, l’iscrizione alla Fgci, la federazione giovanile del Pci, di cui diventò funzionario e poi segretario modenese e nazionale. Tutto in decennio: con il diploma di perito e un’occupazione in Fiat e Maserati, preferì la difesa dei licenziati a quella dello sviluppo dei motori. E non tornò mai più sui suoi passi.
«L’ho conosciuto a metà degli anni ’50 quando mi iscrissi alla Fgci - racconta oggi Lanfranco Turci, una vita parallela a quella dell’amico e sodale scomparso - Io avevo appena finito il liceo classico ed entrai nell’organizzazione e subito venni colpito da quel giovane di un paio d’anni più grande di me che era così bravo a sintetizzare le questioni e a esprimere il dissenso in maniera chiara, se serviva, ma sempre nell’alveo del partito».
Doti di mediazione che si riveleranno subito importanti perchè il Pci rischia di spaccarsi con una scissione proprio nel 1956, quando i carri armati dell’Urss invasero l’Ungheria per rimettere al potere un governo allineato contro le proteste della popolazione.
«Furono giorni tremendi - ricorda Turci - Noi giovani mordevamo il freno, la condanna per il partito guida, in anni in cui l’obbedienza al comunismo staliniano era assoluta, fece scalpore. Ma Luciano riuscì a costruire e far approvare dagli organismi dirigenti del Pci un documento che poi arrivo a Roma. Fu convocato a Botteghe Oscure e ottenne il via libera, nessuna scomunica. Anche quando andò alla Fgci nazionale era sempre quadrato e di poche parole, ma era atento a ogni istanza. Aneddoti? pochi, il partito assorbiva tutto. Solo una mattina riuscimmo a fare un bagno a Tor Vajanica e rischiammo di affogare: ci facemmo coraggio a vicenda e così riuscimmo a tornare a riva, esausti».
«È stato decisivo in Regione, come consigliere e poi come presidente negli anni ’80 - ricorda Onelio Prandini, pure lui ex senatore oltre che numero uno della Lega Cooperative - Ci trovavamo tutti e due a Modena per lavoro e lui era sempre molto attento ai temi dell’economia. In quegli anni c’erano i primi casi di grande crisi, alla Fiat trattori e alla Maserati. Lui seguiva da vicino ogni vertenza, senza uscire dai ruoli ma cercando mediazioni possibili e dignitose per tutti».
«L’attenzione al territorio - racconta davide Baruffi, ex sindaco di Soliera e oggi deputato - era magistrale. Aprì un ufficio a Carpi e sempre aveva tempo per rispondere a tutti, senza vendere impegni che non poteva mantenere. Per noi un esempio e una scuola di politica».
La scomparsa del senatore Luciano Guerzoni, 82 anni appena compiuti, segna lo spartiacque tra due culture politiche dentro quel Pci che a Modena dal Dopoguerra ha fornito la classe dirigente delle amministrazioni locali, arrivando a una separazione di fatto con i quaranta-cinquantenni di oggi attratti dal verbo renziano.
Anche lui non ha fatto eccezione alla regola dell’ortodossia togliattiana e ha seguito dopo la caduta del Muro nell’89 tutte le strade della sua generazioni, dall’Ulivo al Pds, ai Ds sino al Pd, a cui aveva aderito nel 2007 sostenendo alle primarie la candidatura di Rosy Bindi. Ma da molto tempo si era staccato dalle spinte ministeriali di tanti colleghi di partito e aveva preso a organizzare, dopo quattro legislature al Senato la rinascita dell’Anpi, l’associazione nazionale dei partigiani sino a condurre l’ultima battaglia per il No al referendum. Negli ultimi due mesi le sue condizioni di salute erano peggiorate all’improvviso sino all’aggravamento delle ultime settimane sino alla scomparsa di giovedì sera.
E dire che le stimmate della politica di sinistra se le portava da quando bambino di nove anni guardava gli aerei e le bombe cadere, i rastrellamenti di nazisti e fascisti e l’arrivo dei partigiani nella Modena del 1945. Anche per lui, come per tanti modenesi, i mille giorni successivi alla fine del conflitto furono afflitti dal razionamento e dalle privazioni in una città che cercava di tirarsi fuori dalle macerie. Gli scontri sociali erano all’ordine del giorno e lui, giovanissimo studente delle scuole tecniche, dovette assistere agli scioperi nelle fabbriche, ai picchetti e alla repressione poliziesca che fece morti e feriti in occasione dello sciopero delle fonderie. Una maturazione politica a tappe forzate che fu notata da Giuseppe D’Alema, papà del futuro premier Massimo, quando fu mandato sotto la Ghirlandina da Togliatti. Arrivò nel ’50, con il compito di eliminare le spinte insurrezionalistiche e di rivolta sociale che parecchi gruppi coltivavano e subito notò il giovanotto. Poche parole, l’iscrizione alla Fgci, la federazione giovanile del Pci, di cui diventò funzionario e poi segretario modenese e nazionale. Tutto in decennio: con il diploma di perito e un’occupazione in Fiat e Maserati, preferì la difesa dei licenziati a quella dello sviluppo dei motori. E non tornò mai più sui suoi passi.
«L’ho conosciuto a metà degli anni ’50 quando mi iscrissi alla Fgci - racconta oggi Lanfranco Turci, una vita parallela a quella dell’amico e sodale scomparso - Io avevo appena finito il liceo classico ed entrai nell’organizzazione e subito venni colpito da quel giovane di un paio d’anni più grande di me che era così bravo a sintetizzare le questioni e a esprimere il dissenso in maniera chiara, se serviva, ma sempre nell’alveo del partito».
Doti di mediazione che si riveleranno subito importanti perchè il Pci rischia di spaccarsi con una scissione proprio nel 1956, quando i carri armati dell’Urss invasero l’Ungheria per rimettere al potere un governo allineato contro le proteste della popolazione.
«Furono giorni tremendi - ricorda Turci - Noi giovani mordevamo il freno, la condanna per il partito guida, in anni in cui l’obbedienza al comunismo staliniano era assoluta, fece scalpore. Ma Luciano riuscì a costruire e far approvare dagli organismi dirigenti del Pci un documento che poi arrivo a Roma. Fu convocato a Botteghe Oscure e ottenne il via libera, nessuna scomunica. Anche quando andò alla Fgci nazionale era sempre quadrato e di poche parole, ma era atento a ogni istanza. Aneddoti? pochi, il partito assorbiva tutto. Solo una mattina riuscimmo a fare un bagno a Tor Vajanica e rischiammo di affogare: ci facemmo coraggio a vicenda e così riuscimmo a tornare a riva, esausti».
«È stato decisivo in Regione, come consigliere e poi come presidente negli anni ’80 - ricorda Onelio Prandini, pure lui ex senatore oltre che numero uno della Lega Cooperative - Ci trovavamo tutti e due a Modena per lavoro e lui era sempre molto attento ai temi dell’economia. In quegli anni c’erano i primi casi di grande crisi, alla Fiat trattori e alla Maserati. Lui seguiva da vicino ogni vertenza, senza uscire dai ruoli ma cercando mediazioni possibili e dignitose per tutti».
«L’attenzione al territorio - racconta davide Baruffi, ex sindaco di Soliera e oggi deputato - era magistrale. Aprì un ufficio a Carpi e sempre aveva tempo per rispondere a tutti, senza vendere impegni che non poteva mantenere. Per noi un esempio e una scuola di politica».
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