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Così lo Stato umilia il bar terremotato

di Francesco Dondi
Così lo Stato umilia il bar terremotato

A fronte di 180mila euro di danni richiesti gli propongono un indennizzo di 5mila euro. Ricorso al Presidente Mattarella

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MIRANDOLA. Iniziano ad arrivare davanti ai giudici tutti i nodi del terremoto. Perché se qualcuno ha alzato bandiera bianca da tempo, arrendendosi di fronte alla burocrazia istituzionale e alzando le mani per la sproporzione di poteri in campo tra il cittadino e la macchina statale, c’è anche chi ha scelto di lottare per rivendicare quello che considera un diritto, sancito dalle stesse ordinanze commissariali. E i tribunali amministrativi ne avranno di lavoro da fare se i ricorsi dovessero continuare soprattutto adesso che si è entrati nella fase più critica e complessa dei rimborsi.

C’è un bar, a Mirandola, che prima del maggio 2012 si trovava al piano terra di un condominio, reso inagibile dal sisma. Ne consegue un’ovvia ordinanza di sgombero e come tanti altri colleghi, il ristoratore scegli di delocalizzare, trasferendo la propria attività nel piazzale di fronte allo stabile danneggiato. Due anni dopo i proprietari del condominio approvano la demolizione e la ricostruzione del fabbricato e così il barista, in accordo con il Comune, si trasferisce di nuovo, realizzando una struttura in legno provvisoria sul lato opposto della strada e che di fatto è ancora il locale che accoglie i clienti a distanza di oltre cinque anni dal terremoto.

Come prevede l’ordinanza 57 c’è un contributo per chi ha delocalizzato e ha subito danni alle scorte. Sono tanti soldi quelli annotati dal tecnico privato del ristoratore: 180mila euro totali, 57mila per i beni strumentali compromessi e quasi 123mila per le spese di delocalizzazione temporanea. La comunicazione parte a marzo e quattro mesi dopo Invitalia, la discussa agenzia di proprietà del ministero dell’Economia incaricata dalla Regione per espletare tutte le pratiche relative all’ordinanza 57, spedisce la sua proposta di indennizzo. «È stato svilente», ammette il battagliero barista. Stavolta, infatti, tra domanda e risposta non ci sono gli ormai tradizionali 30-40mila euro. Stavolta si parla di appena 5600 euro totali a fronte di una richiesta di 180mila. Sarà un errore, si pensa a Mirandola e si inoltra una nuova richiesta di ricalcolo a cui arriva la medesima risposta.

«Ho sbagliato qualcosa io? - si domanda il mirandolese - Oppure c’è una disparità di trattamento? Io vorrei solo avere una risposta definitiva». E così, come stanno facendo altri terremotati della Bassa, non resta altro da fare che rivolgersi ad un avvocato per tentare di vedersi riconosciuti i propri diritti. La strada è ormai segnata e porta direttamente al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, chiamato a dissipare la vertenza. E mentre il cittadino e il suo legale spediscono a Roma tutti gli atti, comprovanti la questione, il ministero sceglie la strada del silenzio o quantomeno non si premura di inviare alcuna deduzione, lasciando il Consiglio di Stato senza una documentazione su cui prendere una decisione definitiva.

E le parole dei giudici, che invita il ministero a riferire quanto prima, lasciano trapelare una certa preoccupazione per la situazione del mirandolese. «Ad una prima sommaria valutazione degli atti - si legge - la Sezione ritiene che sussistano i presupposti del danno grave ed irreparabile, costituito dalle conseguenze che un ulteriore ritardo nell’erogazione del contributo può causare alla società ricorrente, sicché l’atto impugnato va sospeso ai fini del riesame della maggior somma richiesta dalla ricorrente». Che detta in altre parole significa: spiegateci cos’ha portato Invitalia a decurtare il contributo da 180mila euro a 5mila.

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