«Chi mi ha sparato non l’ha avuta vinta»
di Valeria Cammarota
Don Francesco Cavazzuti fu colpito alla testa da una pallottola che lo rese cieco. «Ho incontrato il sicario: l’ho perdonato»
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Era il 27 agosto 1987 quando, in Brasile, don Francesco Cavazzuti, missionario della diocesi di Carpi, al termine di una celebrazione eucaristica, venne colpito alla testa da una pallottola. Furono i proprietari terrieri della Sierra Rosada, la zona più prospera ai margini del Mato Grosso e dell’Amazzonia, ad assoldare un sicario perché uccidesse il sacerdote. I medici tentarono l’impossibile e, alla fine, don Francesco sopravvisse, ma rimase cieco.
Ieri, presso la parrocchia di Santa Croce, il missionario ha presieduto un rito liturgico in ricordo del 30° anniversario di quell’attentato.
«Celebro questa Messa per me, perché ne ho bisogno. Ma anche per i miei famigliari, per i miei amici d’Italia e del Brasile. Dio tocchi il cuore del killer che mi ha colpito e di chi l’ha pagato» ha spiegato ai fedeli. In questi anni, don Francesco non si è risparmiato, nonostante la limitazione fisica, per portare ovunque ve ne fosse bisogno il suo zelo missionario, animato dalla ricerca della giustizia. Un intento che non l’ha indurito, nemmeno nei confronti del colpevole. «Lo incontrai in prigione, dove gli feci visita - spiega - Venne alla porta, fatta di sbarre di ferro e attraverso cui poteva passare una mano. Lo salutai. Mi disse, “padre, mi spiace averla accecata, perché mi hanno pagato per uccidervi”. Risposi che questo mi aveva causato un male che avrei portato per tutta la vita, ma “non aver paura, io ti perdono. Dammi la mano”, gli dissi, “non cercherò mai una vendetta”. Lui, secondo quel che mi disse il giovane che mi aveva accompagnato, abbassò la testa e non disse più nessuna parola. Spero che le mie abbiano infuso nel suo cuore il rimorso e chissà che poi non sia arrivato a chiedere perdono a Dio».
Il sicario fu processato e condannato a 14 anni ma, dopo quattro anni, gli fu concesso di uscire di prigione a condizione che si trasferisse in un altro Stato: acconsentì. Da quei tempi, don Francesco è tornato in Brasile una sola volta, quattro anni fa, ma rimane nel cuore di tanti. «Oggi ho ricevuto due telefonate da amici - racconta - che ricordavano l’anniversario. Mi hanno detto che pregano per me e che sono contenti io abbia passato con loro tanti anni in Brasile: hanno l’impressione di aver ricevuto tanto bene, ma sono io ad aver trovato un buon terreno». Alla cerimonia era presente anche il vescovo Francesco Cavina, che ha consegnato a don Cavazzuti un attestato da parte dell’associazione Giardino dei Giusti di Milano. «Se la cattiveria degli uomini ti ha tolto la luce degli occhi - sono state le parole del vescovo - noi possiamo dire che ti è rimasta limpida quella della fede».
Ieri, presso la parrocchia di Santa Croce, il missionario ha presieduto un rito liturgico in ricordo del 30° anniversario di quell’attentato.
«Celebro questa Messa per me, perché ne ho bisogno. Ma anche per i miei famigliari, per i miei amici d’Italia e del Brasile. Dio tocchi il cuore del killer che mi ha colpito e di chi l’ha pagato» ha spiegato ai fedeli. In questi anni, don Francesco non si è risparmiato, nonostante la limitazione fisica, per portare ovunque ve ne fosse bisogno il suo zelo missionario, animato dalla ricerca della giustizia. Un intento che non l’ha indurito, nemmeno nei confronti del colpevole. «Lo incontrai in prigione, dove gli feci visita - spiega - Venne alla porta, fatta di sbarre di ferro e attraverso cui poteva passare una mano. Lo salutai. Mi disse, “padre, mi spiace averla accecata, perché mi hanno pagato per uccidervi”. Risposi che questo mi aveva causato un male che avrei portato per tutta la vita, ma “non aver paura, io ti perdono. Dammi la mano”, gli dissi, “non cercherò mai una vendetta”. Lui, secondo quel che mi disse il giovane che mi aveva accompagnato, abbassò la testa e non disse più nessuna parola. Spero che le mie abbiano infuso nel suo cuore il rimorso e chissà che poi non sia arrivato a chiedere perdono a Dio».
Il sicario fu processato e condannato a 14 anni ma, dopo quattro anni, gli fu concesso di uscire di prigione a condizione che si trasferisse in un altro Stato: acconsentì. Da quei tempi, don Francesco è tornato in Brasile una sola volta, quattro anni fa, ma rimane nel cuore di tanti. «Oggi ho ricevuto due telefonate da amici - racconta - che ricordavano l’anniversario. Mi hanno detto che pregano per me e che sono contenti io abbia passato con loro tanti anni in Brasile: hanno l’impressione di aver ricevuto tanto bene, ma sono io ad aver trovato un buon terreno». Alla cerimonia era presente anche il vescovo Francesco Cavina, che ha consegnato a don Cavazzuti un attestato da parte dell’associazione Giardino dei Giusti di Milano. «Se la cattiveria degli uomini ti ha tolto la luce degli occhi - sono state le parole del vescovo - noi possiamo dire che ti è rimasta limpida quella della fede».
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