Magiera: "Pavarotti merita il ricordo anche a Modena"
Intervista al pianista e direttore che coordinerà la messa in cattedrale sulle note di Verdi
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di Stefano Luppi
MODENA «Luciano Pavarotti - spiega il maestro, direttore d’orchestra e amico di una vita Leone Magiera - l’ho visto crescere e l’ho accompagnato per la sua intera vita pubblica e privata. Per questo sono molto felice di coordinare su incarico del sindaco Muzzarelli la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi prevista in Duomo il 5 settembre con la direzione del maestro Stefano Ranzani».
Magiera rievoca le iniziative che riguarderanno in città il decennale della morte, avvenuta il 6 settembre 2007, dell’indimenticabile tenore modenese. A Modena - come verrà annunciato tra pochi giorni - non ci sarà solo Verdi in cattedrale, ma anche una conferenza con esperti l’8 ottobre. Si sta organizzando inoltre per il 12 ottobre, data di nascita di Big Luciano, al teatro comunale un concerto con lo stesso Magiera e i giovani cantanti “allenati” da Mirella Freni e da Rajna Kabaivanska. All’Arena di Verona, invece, la vedova di Pavarotti Nicoletta Mantovani ha messo in piedi per il 6 settembre una serata-evento che andrà anche in diretta sulla Rai. Nella città scaligera Pavarotti sarà celebrato attraverso una “sfilata” di big della musica lirica e pop tra cui Plácido Domingo, José Carreras, l’ex allievo Vittorio Grigolo, Angela Gheorghiu (fu sul palco del concerto di Pavarotti per i 40 anni di carriera nel 2001), Francesco Meli, Andrea Griminelli, Zucchero, il pianista premio Oscar Nicola Piovani.
Magiera pensa a Modena. «Tengo molto alle iniziative che faremo a Modena - dice - mentre non andrò certamente al concerto di Verona perché il decennale doveva restare sotto la Ghirlandina. Città a cui era attaccato fino al midollo».
Quando lo conobbe?
«Eravamo entrambi giovanissimi, frequentavamo le media dai Salesiani e giovavamo sempre contro a calcio. Luciano era molto forte perché aveva già allora una bella stazza fisica».
Passaste presto alla musica e al canto?
«In realtà ci perdemmo di vista per alcuni anni e poi, all’età dei nostri 18-19 anni Mirella Freni mi disse che la mamma di Luciano voleva che sentissi come cantava. Abitavo in via Rua Muro e ricordo che venne lì, chiedendo a me che allora ero piuttosto noto in città essendomi già diplomato se poteva continuare a cantare o se doveva fare di mestiere l’assicuratore».
Lo ha davvero scoperto.
«Lui iniziò a dire il vero a fare vocalizzo con Arrigo Pola e non sapeva nulla di opera, io gliela insegnai a partire dalla Boheme che poi lo vide debuttare».
Com’era Pavarotti da giovane?
«Era appunto esuberante fisicamente e ricordo che con la prima automobile andava piuttosto forte. Ricordo che, sui circa 25 anni, rischiammo anche grosso guidando a Sarajevo».
Cosa ricorda del vostro esordio a Reggio con la Boheme il 29 aprile 1961 a Reggio?
«Intanto va ricordato che Pavarotti vinse il concorso per il ruolo di Rodolfo solo in seconda battuta e io feci il suo esordio al suo fianco nella terza replica: le prime due andarono in scena al Valli di Reggio e il direttore d’orchestra era Molinari Pradelli, la terza fu a Modena e toccò appunto a me. Il suo debutto comunque fu eccezionale e ottenne subito una scrittura successiva, anche se ricordo che aveva paura perché la Bohème è un’opera complicata».
Com’era Big Luciano in scena?
«Un grande professionista, gentile, ma particolarmente esigente con i colleghi giovani. Qualche volta inoltre, ed è un atteggiamento piuttosto normale nel mondo della musica, aveva qualche incomprensioni con i direttori d’orchestra».
Addirittura?
«Sì, con i direttori è meglio andare d’accordo perché letteralmente comandano le orchestre, ma nei primi anni ’60 venne quasi alle mani con Ettore Gracis, noto direttore».
Altri aneddoti ne ricorda?
«Mi viene in mente un Otello di Verdi a Chicago sul finire della carriera: lui in quella città ventosa si ammalava sempre alla gola e inoltre dovetti andare ad accompagnarlo perché i suoi rapporti con il direttore Georg Solti erano veramente difficili».
E nella vita privata invece com’era?
«Eravamo molto uniti con Mirella, la mia ex moglie e Adua la sua: siamo stati bene insieme per parecchi anni anche perché io e Luciano abbiamo fatto i biricchini per tanto, tanto tempo».
Lei alcuni anni fa ha dedicato un libro di successo al grande tenore, “Pavarotti visto da vicino”.
«L’ho descritto senza peli sulla lingua, come lo ricordavo io tanto che ricordo misi anche le iniziali delle segretarie che erano state le sue amanti. Del resto lo sapevano tutti nel mondo della musica».
Cosa ha rappresentato la voce di Pavarotti nel panorama lirico internazionale?
«Era una voce baciata da Dio, come scrisse una volta il New York Times: era certo incredibile in più lui scavava a fondo il personaggio, lavorando molto sulla interpretazione. I grandi cantanti sono anche grandi artisti, trasmettono emozioni oltre al canto».
Pavarotti è stato la più grande voce di ogni tempo secondo lei?
«Sono parte in causa, ma certo è stato il maggiore del secolo anche se è difficile perché ci sono anche i tifosi di Corelli e Di Stefano. Cerrto è la voce più riconoscibile, ricordo che una volta entrammo in un bar nella Amazzonia profonda e lo riconobbero pure lì».
Lei ha accompagnato Pavarotti sia in occasione dei concerti lirici che negli anni del Pavarotti&Friends. Che ricordi ha di questa fase finale della carriera del tenore?
«Ho sempre pensato che il pop non fosse un genere adatto a lui, tanto che aveva bisogno di un arrangiatore perché faticava non poco. Io lo accompagnavo sempre, gli davo gli indispensabili attacchi: in ogni caso, e non lo dico per purismo, non si ricordano suoi grandi pezzi in quel periodo».
Lei c’era anche nell’ultima esibizione a Torino nel 2006 in occasione delle Olimpiadi.
«Lui stava già male e gli dissi di lasciare perdere perché eravamo a una temperatura sotto zero. Poi lo agevolai preparando una base adatta alla sua voce e ciò gli permise almeno di essere presente sul palco: ricordo che venni insultato, tanto che dovetti portare qualcuno in tribunale dove vinsi alcune migliaia di euro».
È stato con lui nel periodo della malattia?
«Si andavo a trovarlo Poi sono stato con lui, negli ultimi giorni stava davvero male».
Il Comune ha deciso di collococare una statua di Pavarotti a fianco del Comunale, che ne pensa?
«Le statue sono un po’ demodé, secondo me».
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