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QUEI POVERI SENZA DIFESE CHE LA POLITICA EMARGINA

QUEI POVERI SENZA DIFESE CHE LA POLITICA EMARGINA

(continua dalla prima)Come del resto ha ripreso a fare poco dopo, nonostante i caporali e gli schiavi siano ancora lì. Sette anni e mezzo più tardi, gli incidenti di piazza Indipendenza ci dicono che...

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(continua dalla prima)

Come del resto ha ripreso a fare poco dopo, nonostante i caporali e gli schiavi siano ancora lì. Sette anni e mezzo più tardi, gli incidenti di piazza Indipendenza ci dicono che la cornice non è cambiata: o lavori sulla frontiera dei poveri, vecchi o nuovi che siano, oppure non li vedi, a meno che non diventino una minaccia all’ordine pubblico e non irrompano quindi, con forza, nel tuo campo visivo. Non è la povertà che ti disturba, ma il turbamento dell’equilibrio costituito; dalla politica non ti aspetti che ne combatta le cause, né forse ti interessa più di tanto, ma pretendi che ne rimuova gli effetti.

E la politica molto spesso sta al gioco, trattando anche le questioni sociali come problemi di ordine pubblico e sicurezza: quello che storicamente era sempre stato un approccio di destra è ormai divenuto trasversale – non solo in Italia: si pensi alla Spagna del socialista Zapatero che una dozzina d’anni fa già sparava sui barconi – in nome del pragmatismo e della difesa dei cittadini.

Il guaio della società del benessere, e la sua contraddizione più profonda, è che tra i cittadini da difendere ci sono anche i poveri stessi, e nell’era della quarta rivoluzione industriale ce ne saranno sempre di più: minori possibilità di un lavoro dignitoso per tutti e minore coperture previdenziali significano maggiori diseguaglianze, con una fetta via via più ampia della popolazione tagliata fuori dai benefici del progresso. È il tasto su cui questo Papa batte continuamente, preoccupato – lo scrisse anche al Forum economico di Davos, l’anno scorso – di una società anestetizzata di fronte alle miserie, e dunque rifugiata nell’indifferenza: se la povertà puzza, il modo migliore per non lasciarsi turbare è quello di lasciarla ai margini, perché almeno non dia fastidio. Così, in effetti, è ormai da decenni anche in Italia, l’ultimo Paese dell’Unione europea ad avere adottato un Piano nazionale di lotta alla povertà: a questa legislatura va dato il merito di averne introdotto uno, il Reddito di inclusione attiva, anche se i fondi (poco più di un miliardo di euro all’anno) coprono sì e no un quinto dei bisogni e se ci sarà da aspettare ancora qualche mese per vederli assegnare.

Nel frattempo si litiga già sui beneficiari, perché non c’è nulla di più redditizio, dal punto di vista elettorale, che mettere i poveri gli uni contro gli altri.La linea di frattura più facile da cavalcare è naturalmente quella degli italiani contro i migranti: magari trattando gli immigrati come un unico blocco, compresi coloro che risiedono in Italia con un regolare permesso di soggiorno. Non è roba di oggi, anche se oggi – con gli sbarchi sullo sfondo – il seme attecchisce in fretta: già nel 2008 la giunta leghista di Brescia si inventò il Bonus bebè solo per le famiglie italiane che avevano avuto un figlio, e la diocesi locale rispose con una contromisura (il Donum bebè) destinata a tutti gli indigenti, indipendentemente dalla nazionalità; non mancarono borbottii in una parte del mondo cattolico, la stessa che ora accusa Bergoglio di pauperismo e che, come del resto accade in altri Paesi occidentali, vede la religione come un’alta e impenetrabile siepe a difesa del proprio giardino. Accadeva lo stesso al vescovo di Recife, il brasiliano dom Helder Camara, che allo scetticismo dei fedeli benpensanti rispondeva con la sua battuta più famosa: «Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri hanno fame, mi chiamano comunista».



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