Palazzo Ducale si commuove per il combattente centenario
di Andrea Gilioli
Il sergente Piccaluga, classe 1917, ieri alle commemorazioni della battaglia del 1943 contro i tedeschi Ha voluto sfilare, raccontando la tragedia del generale Ferrero e la morte del commilitone Malavasi
3 MINUTI DI LETTURA
SASSUOLO. Il 9 settembre 1943 Sassuolo fu teatro di uno scontro armato tra l’esercito tedesco e la guarnigione di 80 uomini del Regio Esercito di stanza nella Delizia Estense, allora sede distaccata dell’Accademia Militare. A comandarla c’era il generale Ugo Ferrero, fatto poi prigioniero dai nazisti e ucciso nel gennaio 1945.
A distanza di 74 anni, a Palazzo Ducale ieri c’è stata la commemorazione di un evento storico ma ancora vivo nella memoria. Oltre alle autorità militari e ad una rappresentanza dell’Accademia, infatti, ha partecipato con grande emozione il sergente maggiore Ennio Piccaluga, classe 1917. Quella mattina si trovava nel palazzo, al fianco del “suo” generale. Piccaluga, ancora lucidissimo e in forma, accompagnato dalla figlia, ha reso gli onori alla memoria di Ferrero e del soldato Malavasi, unica vittima di quella battaglia che vide l’esercito tedesco, vincitore, rendere gli onori delle armi ai soldati italiani e al loro comandante, per celebrarne il valore dimostrato nella difesa del Palazzo.
«Essere qui oggi – ha spiegato commosso Ennio Piccaluga – è davvero un grande onore. Noi per la Patria non facciamo mai troppo, e quello che facciamo è un nostro dovere. Anche allora quello che ho fatto l’ho fatto proprio perché era il mio dovere. Io quella mattina dormivo nei locali truppa e appena sentite le prime raffiche scesi in cortile. Vidi il generale Ferrero e gli chiesi di darmi ordini. Lui, prendendo alla lettera il comando che il Re aveva dato all’atto dell’armistizio, e cioè di difendersi da eventuali attacchi, mi disse di posizionare due mitragliatrici all’ingresso e così feci. Per ore abbiamo sparato verso i tedeschi, che con un cannoncino colpivano a tiro diretto il palazzo. Io aiutavo a caricare le Breda. Qui era tutto pieno di schegge e macerie. Quando abbiamo finito le munizioni i nemici sono entrati nel palazzo e ricordo che l’ufficiale tedesco che comandava i nazisti salutò il generale Ferrero e rifiutò il gesto di resa di consegnare la pistola d’ordinanza dicendo a Ferrero di far chiamare il suo autista e di tenere l’arma. Il generale volle salutare tutti i suoi uomini, il nemico acconsentì, e ricordo perfettamente quando mi strinse la mano e mi ringraziò per tutto quello che avevo fatto. Io ordinai alla truppa di lasciare le armi e ci occupammo dei feriti, tra cui Malavasi, che poi morì, e il cui figlio, qualche tempo fa, mi è venuto a far visita, con mia grande emozione».
Piccaluga, condotto con gli altri soldati di stanza a Palazzo Ducale verso Maranello, riuscì a fuggire grazie all’aiuto di un civile poi fuggì in montagna: «Solo a guerra finita seppi della tragica sorte del mio generale». Emozionante il momento degli onori e la passeggiata che Piccaluga ha voluto fare nel cortile di quella che fu per anni la sua caserma.
A distanza di 74 anni, a Palazzo Ducale ieri c’è stata la commemorazione di un evento storico ma ancora vivo nella memoria. Oltre alle autorità militari e ad una rappresentanza dell’Accademia, infatti, ha partecipato con grande emozione il sergente maggiore Ennio Piccaluga, classe 1917. Quella mattina si trovava nel palazzo, al fianco del “suo” generale. Piccaluga, ancora lucidissimo e in forma, accompagnato dalla figlia, ha reso gli onori alla memoria di Ferrero e del soldato Malavasi, unica vittima di quella battaglia che vide l’esercito tedesco, vincitore, rendere gli onori delle armi ai soldati italiani e al loro comandante, per celebrarne il valore dimostrato nella difesa del Palazzo.
«Essere qui oggi – ha spiegato commosso Ennio Piccaluga – è davvero un grande onore. Noi per la Patria non facciamo mai troppo, e quello che facciamo è un nostro dovere. Anche allora quello che ho fatto l’ho fatto proprio perché era il mio dovere. Io quella mattina dormivo nei locali truppa e appena sentite le prime raffiche scesi in cortile. Vidi il generale Ferrero e gli chiesi di darmi ordini. Lui, prendendo alla lettera il comando che il Re aveva dato all’atto dell’armistizio, e cioè di difendersi da eventuali attacchi, mi disse di posizionare due mitragliatrici all’ingresso e così feci. Per ore abbiamo sparato verso i tedeschi, che con un cannoncino colpivano a tiro diretto il palazzo. Io aiutavo a caricare le Breda. Qui era tutto pieno di schegge e macerie. Quando abbiamo finito le munizioni i nemici sono entrati nel palazzo e ricordo che l’ufficiale tedesco che comandava i nazisti salutò il generale Ferrero e rifiutò il gesto di resa di consegnare la pistola d’ordinanza dicendo a Ferrero di far chiamare il suo autista e di tenere l’arma. Il generale volle salutare tutti i suoi uomini, il nemico acconsentì, e ricordo perfettamente quando mi strinse la mano e mi ringraziò per tutto quello che avevo fatto. Io ordinai alla truppa di lasciare le armi e ci occupammo dei feriti, tra cui Malavasi, che poi morì, e il cui figlio, qualche tempo fa, mi è venuto a far visita, con mia grande emozione».
Piccaluga, condotto con gli altri soldati di stanza a Palazzo Ducale verso Maranello, riuscì a fuggire grazie all’aiuto di un civile poi fuggì in montagna: «Solo a guerra finita seppi della tragica sorte del mio generale». Emozionante il momento degli onori e la passeggiata che Piccaluga ha voluto fare nel cortile di quella che fu per anni la sua caserma.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google
