AVVOCATO MODENESE NELLA COMMISSIONE LEGGI
«Intercettazioni, legge dannosa»
Brezigar: «Non tutela la difesa, c’è troppa frenesia pre-elettorale»
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«La bozza di decreto legislativo in materia di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni si inserisce a pieno titolo in quella che sembra esser sempre più l’attuazione di un programma di riforma frenetico, caratterizzato da dannose anticipazioni sui tempi, probabilmente dovute a logiche elettorali».
Sulla delicatissima legge che sta preparando il governo interviene criticamente l’avvocato modenese Luca Brezigar, presidente della Commissione iniziative legislative dell’Unione camere penali italiane.
Avvocato, non siete parte troppo in causa in questo ambito per dare un giudizio?
«Non credo. La legge delega sulle captazioni telematiche e telefoniche è infatti contenuta nella riforma del processo penale, un progetto a cui l’Unione delle Camere Penali Italiane ha inizialmente partecipato, facendo parte delle prime commissioni ministeriali, divenendo in seguito, importante interlocutore degli uffici legislativi del Governo».
Perché ora siete contrari?
«Qualcosa è cambiato nell'esatto momento in cui si doveva porre mano, tra l’altro, al processo cosiddetto a distanza e all’importantissimo istituto della prescrizione, istituti provvisoriamente riscritti in modo, per noi, inaccettabile. Il Governo ha imposto a quel punto un’accelerazione improvvisa chiedendo (ed ottenendo) addirittura la fiducia sul testo di riforma, suscitando così lunghe ed incessanti proteste da parte dell’Avvocatura».
Nel disegno di legge ci siamo anche noi giornalisti.
«Sì. Uno dei problemi da risolvere riguardava la pubblicazione mediatica delle intercettazioni con particolare riferimento alle conversazioni che non rivestivano interesse per le indagini riguardando fatti di vita privata. Una prima soluzione sarebbe quella di imporre un deposito integrale e riservato dei risultati “captativi”, destinando ad un udienza a porte chiuse, lo stralcio di materiale che non rientra nel contraddittorio delle parti. Fin qui nulla da dire».
E l’alternativa?
«Sarebbe invece quella di impedire la integrale trascrizione delle intercettazioni nei provvedimenti cautelari, ovverosia di quegli atti che una volta depositati, pur in una fase primaria del processo, restano scoperti dal segreto istruttorio. In altre parole, si tratterebbe di citare nel testo soltanto il numero progressivo dell’intercettazione».
Una soluzione che può andarvi bene?
«No. Così si finisce per rendere ancor meno agevole il compito del difensore, che già ha termini ristrettissimi, prima dell’importantissimo interrogatorio di garanzia, per entrare in possesso degli atti, che solitamente sono stati raccolti dagli inquirenti in mesi di indagini, valutati dal giudice per lungo tempo e che, tuttavia, debbono essere assimilati e studiati in pochi giorni».
E quindi?
«Bastava aumentare le pene risibili previste che vietano la pubblicazione anche parziale degli atti e delle immagini non più coperti da segreto istruttorio sino alla conclusione delle indagini preliminari, magari allargando il perimetro di fase. Ora, un giornale può cavarsela con un oblazione di soli 25 euro». (c.g.)
Sulla delicatissima legge che sta preparando il governo interviene criticamente l’avvocato modenese Luca Brezigar, presidente della Commissione iniziative legislative dell’Unione camere penali italiane.
Avvocato, non siete parte troppo in causa in questo ambito per dare un giudizio?
«Non credo. La legge delega sulle captazioni telematiche e telefoniche è infatti contenuta nella riforma del processo penale, un progetto a cui l’Unione delle Camere Penali Italiane ha inizialmente partecipato, facendo parte delle prime commissioni ministeriali, divenendo in seguito, importante interlocutore degli uffici legislativi del Governo».
Perché ora siete contrari?
«Qualcosa è cambiato nell'esatto momento in cui si doveva porre mano, tra l’altro, al processo cosiddetto a distanza e all’importantissimo istituto della prescrizione, istituti provvisoriamente riscritti in modo, per noi, inaccettabile. Il Governo ha imposto a quel punto un’accelerazione improvvisa chiedendo (ed ottenendo) addirittura la fiducia sul testo di riforma, suscitando così lunghe ed incessanti proteste da parte dell’Avvocatura».
Nel disegno di legge ci siamo anche noi giornalisti.
«Sì. Uno dei problemi da risolvere riguardava la pubblicazione mediatica delle intercettazioni con particolare riferimento alle conversazioni che non rivestivano interesse per le indagini riguardando fatti di vita privata. Una prima soluzione sarebbe quella di imporre un deposito integrale e riservato dei risultati “captativi”, destinando ad un udienza a porte chiuse, lo stralcio di materiale che non rientra nel contraddittorio delle parti. Fin qui nulla da dire».
E l’alternativa?
«Sarebbe invece quella di impedire la integrale trascrizione delle intercettazioni nei provvedimenti cautelari, ovverosia di quegli atti che una volta depositati, pur in una fase primaria del processo, restano scoperti dal segreto istruttorio. In altre parole, si tratterebbe di citare nel testo soltanto il numero progressivo dell’intercettazione».
Una soluzione che può andarvi bene?
«No. Così si finisce per rendere ancor meno agevole il compito del difensore, che già ha termini ristrettissimi, prima dell’importantissimo interrogatorio di garanzia, per entrare in possesso degli atti, che solitamente sono stati raccolti dagli inquirenti in mesi di indagini, valutati dal giudice per lungo tempo e che, tuttavia, debbono essere assimilati e studiati in pochi giorni».
E quindi?
«Bastava aumentare le pene risibili previste che vietano la pubblicazione anche parziale degli atti e delle immagini non più coperti da segreto istruttorio sino alla conclusione delle indagini preliminari, magari allargando il perimetro di fase. Ora, un giornale può cavarsela con un oblazione di soli 25 euro». (c.g.)
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