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Festival Filosofia 2017

Daniele Francesconi: «Il Festival Filosofia un’emozione che ti avvolge»

di Stefano Luppi
Daniele Francesconi: «Il Festival Filosofia un’emozione che ti avvolge»

Il neo-direttore della manifestazione svela i temi principali dell’evento

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«Ho avuto una serie di prime volte in questi mesi visto che naturalmente ho dovuto prendere direttamente ogni decisione - spiega il direttore del Festivalfilosofia Daniele Francesconi che firma da capo la sua prime edizione della manifestazione - ma certo il più importante dei battesimi è oggi con l’apertura dei programmi filosofico e creativo».

L’ex assistente di Michelina Borsari, da alcuni mesi promosso a numero 1 di uno dei più noti eventi culturali italiani, non nasconde la sua emozione e spiega tutti i segreti del festival dedicato alle “arti”. Francesconi, partiamo dal suo nuovo ruolo di responsabile anche se al festival lei lavorava dagli inizi.

«Sì, molte delle decisioni prima le vedevo prendere, mentre oggi le devo prendere in prima persona. Non nascondo che è entusiasmante soprattutto perché il nuovo ruolo mi ha permesso di entrare più direttamente in relazione con tante persone di cui ho imparato a riconoscere il valore, dai dirigenti agli operatori culturali a chi si occupa di accoglienza. Ho notato anche che c’è in tanti la motivazione forte a lavorare con noi».

Quest’anno è un festival di tradizione, dopo i 16 anni di direzione della Borsari, oppure ci sono delle novità?

«Siamo indubbiamente nell’ambito della continuità e in futuro pensiamo ad alcune innovazioni, non lo nascondo, soprattutto sul sistema di utilizzo di alcuni luoghi. Quest’anno la novità principale riguarda il rinnovamento dei relatori delle lezioni magistrali: su 51 interventi una ventina sono di studiosi mai venuti al festival. Abbiamo invitato filosofi di diverso orientamento tra cui alcuni stranieri emergenti, abbastanza giovani. Le faccio l’esempio di Daniel Miller, pioniere dell’antropologia digitale e oggi dell’antropologia del consumo. Ma ci sono anche personaggi notissimi che in Italia vengono pochissimo, com’è il caso di James Clifford. Anche Canfora non è mai venuto al Festivalfilosofia. A noi in ogni caso interessano le idee nuove e non l’anagrafe dei relatori».

In questi giorni abbiamo parlato molto della sicurezza al festival, tema ovviamente cruciale.

«Già, le nuove regole di gestione degli eventi si applicano ovviamente anche a noi. Ma tengo a ribadire che il festival non viene snaturato. Certo ci saranno controlli per l’accesso, fino ad esaurimento posti, alle platee nelle piazze delle tre città dove metteremo anche un biglietto ovviamente sempre gratuito. Per il resto si potrà circolare liberamente come al solito. Abbiamo aumentato il nostro personale che è adeguatamente formato per fornire tutta l’assistenza, a maggior garanzia del pubblico».

Nei luoghi chiusi non cambia nulla?

«No, ogni luogo ha già il suo piano di gestione e non temiamo assolutamente che il pubblico sia disincentivato, il nostro sforzo organizzativo è di creare tutte le condizioni per la sicurezza di tutti. Faccio però una raccomandazione: arrivate per tempo per accedere alle platee”.

Veniamo alla manifestazione, quest’anno il tema è le “arti”.

«Mettiamo al centro della scena il fare e il saper fare, quindi sostanzialmente noi stessi. Siamo partiti dalla parola arte che in origine aveva una valenza tecnica molto evidente. E’ rimasto così fino al ‘500-‘660, pensi solo a un personaggio come Galileo Galilei. Era certo uno scienziato, ma anche un artigiano perché si costruiva i suoi strumenti ottici e lo faceva usando tecnologie che si conoscevano da secoli anche se mancava la consapevolezza. Era anche un artista perché prima disegna ad acquerello i suoi oggetti, insomma potrebbe essere preso a simbolo quest’anno».

Oggi arte e tecnica hanno invece significati diversi?

«Sì, siamo caduti nella trappola romantica della concezione dell’artista-genio, il creatore di natura superiore. Ciò ha velato la natura dell’artista come mestierante, come artefice che lavora a mano. Per questo saranno importanti le visite negli atelier. Inoltre esploreremo a fondo la produzione orientata al consumo dove la dimensione tecnica è rilevante. Oggi infatti la creatività non è più monopolio dell’artista, si ritrova in molte forme progettuali. Non a caso, come nelle antiche botteghe, lo stesso artista è quello che spesso mette la firma finale e il lavoro lo fanno altri nel suo laboratorio. E ci sono settori dell’arte, dal fumetto al design al cinema dove la dimensione tecnica è molto presente».

Il festival l’anno prossimo diventa maggiorenne.

«L’ho visto crescere in termini di dimensioni, in modo continuo fino a una stabilizzazione nell’ultimo triennio. Oggi siamo giunti alla saturazione, al limite del pieno, nel senso che anche dal punto di vista ricettivo più di riempire tutto a livello ricettivo non possiamo fare. Siamo a questo punto. Poi il festival l’ho visto crescere anche dal punto di vista delle scelte tematiche e mi viene in mente che ci sono parole del passato che meritano un aggiornamento».

Quali?

«Vita del 2003 era stata pionistica (2003), umanità del 2007 oggi meriterebbe una ulteriore riflessione, la seconda edizione nel 2002 fu dedicata alla Bellezza, più avanti ci fu Fantasia e Cose: oggi Arti è in continuità».

Ha un cruccio?

«Più che altro un pensiero, visto che pensavo a una maglietta che abbiamo fatto con un aforisma di Cicerone che dice: Ognuno professi l’arte che sa. Io aggiungerei, con la dovuta umiltà. Lo dico perché secondo me occorre tornare un po’ al rigore, all’ascolto degli altri mentre siamo accerchiati dal non sapere di non sapere. È un poco drammatico».

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