Gazzetta di Modena

Modena

Festival Filosofia 2017

L'intervento/ Michelina Borsari: «Artes, per stimolare le nuove invenzioni»

di Michelina Borsari
L'intervento/ Michelina Borsari: «Artes, per stimolare le nuove invenzioni»

«Il festival per scoprire la felicità di aprire la mente e stare insieme»

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Quella che oggi chiamiamo arte occupa solo una porzione dell’ampio spettro delle antiche artes, in cui rientravano tutte le attività con cui l’uomo trasformava tecnicamente il mondo, rendendolo artificiale. Nelle botteghe, per lungo, lunghissimo tempo, arti e mestieri si sono sovrapposti. Nel corso di grandi cesure storiche, l’arte se ne è progressivamente distaccata, forse emancipata, dapprima come una specie di gamma di lusso degli oggetti, quindi come un’attività speciale per speciali talenti. E anche i mestieri sono cambiati, concentrando la conoscenza nelle macchine e divenendo spesso lavori semplificati, privi della maestria dei mestieri. Dopo quella tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, è diventata insomma significativa la distinzione tra lavoro e opera. E oggi proprio qui ci troviamo, cioè nel bel mezzo di una trasformazione, forse di una rivoluzione, che investe la sfera del lavoro – dove l’automazione impera e non resta che una manualità senza competenza – come investe le opere dell’arte, che paiono aver rinunciato al virtuosismo della mano e persino alla ricerca della bellezza per compiersi interamente in un processo riflessivo, nell’atelier neuronale del concetto. Dove sono finite la bellezza e la mano? La bellezza è stata presa in carico dalla produzione seriale. Il “capitalismo artista” ha imparato a estetizzare le merci, a fabbricare l’aura e a farne mercato. Erede dell’aureola dei santi, l’aura è peraltro un accessorio molto richiesto da quando ciascuno ha il compito di fare di sé un’opera d’arte, un oggetto estetico, sempre in scena. Per la mano, invece, paiono esserci poche prospettive e forse non è una cattiva notizia se si tratta della mano che fatica, senza sapere e senza creare. Nell’era robotica che si annuncia sarà la sfera dell’arte ad accaparrarsi tutto il (poco) lavoro che rimane? L’edizione 2017 del festivalfilosofia ha voluto tenere insieme l’intero spettro delle artes, saggiarne le divaricazioni, per comprendere non solo qualcosa di più delle opere d’arte, così stranianti nell’ultimo mezzo secolo, ma anche qualcosa di più del lavoro nelle sue inedite condizioni attuali. Per capire in particolare se davvero gli incroci tra arti e mestieri, tecnologia e artigianato, creazione e funzionalità appartengano solo a un glorioso passato o non segnalino invece il terreno dell’invenzione che noi – proprio noi italiani ed emiliani in specie – abbiamo il compito di affermare e consegnare al futuro. Il festival ne sa qualcosa. Nei suoi 17 anni di vita, in fondo, è un esempio, se non un modello, di artigianato di nuova generazione. Impresa intensamente creativa, ha integrato saperi, pratiche e attori usando la conoscenza come fattore propulsivo, la tecnologia come strumento operativo e connettivo, la cura del dettaglio come imperativo etico. Alla sua bottega sono cresciuti innumerevoli apprendisti che hanno alzato la propria visione, integrando il mondo alla piazza di casa, facendo rete e distretto là dove il distretto produttivo di vecchia generazione stentava. Con che profitto? Quello quantitativo e mercuriale balza agli occhi, ma i risultati più preziosi e durevoli stanno su un altro piano. Modena, Carpi e Sassuolo sono diventare città migliori, più belle e più civili, in virtù di un ingrediente festival che non ha prezzo: la felicità di aprire la mente e stare insieme.

*Componente comitato scientifico festival filosofia.

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