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«Artigianato, un valore custode dell’originalità per costruire il futuro»

«Artigianato, un valore custode dell’originalità per costruire il futuro»

Stefano Micelli docente di Economia e Gestione a Ca’ Foscari su evoluzione, crisi e rinascita di una realtà tutta italiana

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Il futuro è artigiano. Lo ha teorizzato ieri, nella sua lezione magistrale, Stefano Micelli, professore di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’ Foscari e autore di un libro, “Futuro artigiano” appunto, che ha riscosso l’interesse di tutto il mondo produttivo italiano. Quella particolare tipologia produttiva che, per secoli, ha rappresentato il tratto distintivo delle piccole e medie imprese italiane, perché fatta di perizia, saper fare, laboriosità e fantasia, negli ultimi anni ha attraversato una crisi d'identità. «La parola artigianato - ha spiegato Micelli - porta in sé due significati differenti: da una parte, è sinonimo di maestria, raffinatezza, prodotti d'elite; dall'altro è avvertito come qualcosa di polveroso, antico, grossolano e poco accurato». E così, nella confusione dettata da un'interpretazione non omogenea del termine, uno dei più preziosi valori aggiunti dell'italianità ha finito per divenire qualcosa di spurio, non adeguatamente valorizzato. «In questi anni, abbiamo trascurato il saper fare a favore delle tecnologie - ha proseguito - Nel nostro Paese continuiamo a oscillare tra questi due significati, mentre all'estero ci si concentra più che altro sulla positività del termine. Purtroppo, la saggezza dei gesti, da noi è considerata parte dell'immateriale: altrove, in Francia ad esempio, è una qualità che si è sedimentata negli anni, conferendo grande valore alla sapienza delle mani». In realtà, sottolinea il professore, se guardiamo alle nuove tecnologie, scopriamo che l'artigianalità ha un ennesimo pregio: garantisce l'individualità della persona. Lo pensavano, nel XIX secolo, anche John Ruskin e Wiliam Morris, che vedevano nel lavoro una fondamentale capacità di espressione del sé. Ma non sono stati solo gli intellettuali a definire l'idea di artigianato: anche i marchi del lusso - Hermes, Louis Vitton - di recente hanno conferito una svolta nel modo di pensare il metodo antico di produzione. In Italia invece è accaduto il contrario e l'obiettivo è stato per molto tempo quello di dimostrare di aver superato la fase artigianale, considerata debole. «Perché fatichiamo a reimpadronirci di una parola e un metodo cui abbiamo dato i natali? - chiede Micelli - Perché abbiamo confuso i concetti di artigianato e di piccola impresa, riducendo il primo a ben poca cosa». Non si creda, tuttavia, che la tecnologia sia più apprezzata. Dal considerarla di immenso vantaggio, ci si è resi conto che essa è semplicemente più diffusa e più semplice rispetto al passato: questo fa sì che abbiamo dimenticato la vecchia strada e che tuttavia la tecnologia non ci tranquillizzi più, anzi la si consideri un pericolo per un mondo del lavoro così come lo conoscevamo. È così che oggi si sperimenta un modo nuovo di fare artigianato: un modo che vede le tecnologie al fianco di produzione che, come un tempo, esigono perizia, spiegazioni e creano un nuovo valore nel prodotto. «Il valore di un oggetto non sta più nel far capire quanto guadagno - ha concluso Micelli - ma nell'immaginarlo quale medium tra noi e un'idea di società, di cultura. Occorre tornare a rivendicare l'originalità rispetto alla serialità: un aspetto specifico dei nostri territori". (v.c.)

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