Castelvetro: Le stelle di Aristodemo Capitani “Se ascolti, puoi vedere”
Otto chilometri, scalzo, per andare a scuola dopo aver curato la stalla Castelvetro, il popolo, la poesia. E un fulmine: la paura, ma non di dire
MODENA. “Sono diventato grande senza essere mai stato piccolo” dice Aristodemo Capitani, classe 1936, storico ex sindaco di Castelvetro, ideatore della Sagra dell’Uva che quest’anno spegne 50 candeline, poeta e visionario che “a guardare lontano” ha sempre creduto perché, dice, “la vita è un po’ farsa e un po’ tragedia e va trovato l’equilibrio. Si cade e ci si rialza ma il mondo merita di essere vissuto con onestà e trasparenza, senza smettere mai di cercare il nuovo, di accoglierlo, di comprenderlo”.
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“Per andare a scuola a Puianello – ricorda Capitani – mi alzavo alle quattro. Andavo in stalla, curavo il bestiame, gli davo da mangiare, portavo le bestie a bere, sistemavo tutto, poi partivo. Dovevo fare otto chilometri. E li facevo con i sandali in spalla, per non consumarli, che magari poi potevano passare a mio fratello più piccolo. E quando faceva caldo, se veniva sete, si beveva dentro alle pozze con le rane, anche se la mamma ci raccomandava di non farlo”.
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“Non ho mai avuto un sillabario – continua Capitani - non c’erano soldi per comprarlo, e non ho mai guardato la carta geografica, mentre ero a scuola, perché non c’era. Ma avevo una forte memoria e un grande amore per la poesia, per i libri, per la storia. Un maestro di Vignola voleva adottarmi, voleva farmi studiare. In fondo poi una parte di mondo l’ho vista comunque, con i miei occhi. Nei paesi dell’Est, nel profondo Nord, in Russia, ci sono poi stato più volte. Come delegato della Federazione Provinciale dei Giovani Socialisti anche al festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti a Mosca, nel 1957. E anche quando andavo alla Casa del Giovane a far pulizie, da ragazzino, c’era la biblioteca. Proprio lì ho avuto la possibilità di scoprire e leggere tutto l’Ottocento russo”.
“Un mio grande maestro è stato il mio papà, dice. Abbiamo vissuto 16 anni in un posto senza corrente elettrica, senza acqua potabile e anche senza il forno. Ma c’era l’allegria. Eravamo uniti noi dieci. Cinque femmine, tre maschi e i miei genitori. Tra i ricordi più belli c’è quando mi regalò il lumino a petrolio, che avevo otto anni, e la falce fienaia, l’anno dopo. Imparai ad usarla e facevamo le gare, a chi ne tagliava di più. A volte lo superavo, e gli buttavo addosso del fieno. No, non mancava l’allegria. E a volte si facevano scherzi anche forti, come quello dell’ultimo giorno di guerra, che si trova raccontato in un numero di “Gente di Panaro” del 2014. Seguirlo e imparare da lui è stato importante, mi è servito tanto”.
“Quando potevo – ricorda Aristodemo - mi sdraiavo sull’erba, la sera, guardavo le stelle e ascoltavo la musica della valle. L’abbaiare dei cani, il frusciare delle foglie, il frinire delle cicale, il girare del vento. Ascoltare è importante. Impari a “guardare”, se sai ascoltare. Mi è servito anche da grande, da sindaco, conoscere la mia terra per prendere decisioni che la tutelassero, che fossero in armonia con lei. L’armonia è come la natura, è gran maestra. Ho anche allevato un cuculo. Ho scoperto così che non nidifica e lascia le uova nei nidi delle allodole. Lo lasciavo perdersi nel vento poi fischiavo e lui tornava, si appoggiava alla spalla e la sera lo chiudevo in gabbietta. Anni dopo ho preso anche un tucano, in Brasile, ma era già addestrato, non è stata la stessa cosa”.
“Accadono tante cose, nella vita – conclude - A sei, sette anni ad esempio mi prese un fulmine. Nel letto e nella casa ci sono ancora i segni. Prese fuoco anche il fienile. Mi è restata la paura. Ma non ho mai avuto paura di proporre e dire la mia. E contestare chi di dovere. Ho sempre ribadito che si amministra con il popolo, non per il popolo. E continuo a credere in un mondo “più giusto e vivibile senza martiri e senza eroi”, come ho scritto in una poesia. Io ci credo, ancora, davvero”.
Monica Tappa
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