Gilles Lipovetsky: «L’economia di domani sarà una questione di... estetica e qualità»
«Le Economie del futuro saranno legate, molto probabilmente, all’estetica e alla qualità, con il pubblico che oggi è un collezionista di esperienze tramite il consumo dei prodotti ammantati di...
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«Le Economie del futuro saranno legate, molto probabilmente, all’estetica e alla qualità, con il pubblico che oggi è un collezionista di esperienze tramite il consumo dei prodotti ammantati di estetica». A dirlo è stato, ieri prima in piazza Grande e poi nella tensostruttura di piazza XX settembre causa, il francese Gilles Lipovetsky. Il filosofo e sociologo, applauditissimo alla fine del proprio intervento, ha parlato della sua idea di “Capitalismo artistico”, una sorta di estetizzazione e sensibilizzazione non solo di ogni prodotto - in particolare negli ambiti del cinema, della moda, del turismo fino alle automobili - ma dell’essere umano stesso. Lipovetsky ha iniziato con un paradosso: «Il capitalismo, caratterizzato da denaro e dagli interessi economici - si sposa con il mondo delle arti che hanno al loro interno la creazione e la bellezza? Sembrerebbe un ossimoro. Dal XIX secolo si parla di capitalismo distruttore del mondo e del sistema di vita umano, Ruskin e William Morris nel secondo ‘800 denunciano i disastri della industrializzazione dicendo, giustamente, che produceva uniformità. Loro si auguravano di tornare alla bellezza dell’artigianato medievale e in effetti poco dopo, nel ‘900, Ford inventa la catena di montaggio. Così sembrerebbe che il mondo liberale, dove appunto trionfa il capitalismo, distrugga la ricchezza del mondo sensibile, la bellezza. E che distrugga anche la natura intorno, anche se io penso che queste critiche, in parte anche giuste, escludano una realtà parallela». E’ quella che il filosofo francese ha chiamato Capitalismo artistico o transestetico”. Lo studioso la prende da lontano, ma con una chiarezza ieri ritenuta esemplare da molti in piazza. «Dalla metà del XIX secolo - continua - si parte con l’invenzione dei grandi magazzini: a Parigi c’era una tale quantità di oggetti esposta che alcune donne della buona borghesia iniziarono a rubare. La Chiesa gridò subito allo scandalo e disse che il mercato, il capitalismo, erano frutto del diavolo anche se è indubbio fin da allora pensare a una estetizzazione del capitalismo delle origini. Pensiamo ai manifesti di Manet e di Toulouse Lautrec oppure poco dopo al Bauhaus nel primo ‘900. Via via la dimensione estetica penetra integralmente nel business del consumo fino a oggi dove possiamo pensare ci sia il mercato della sensibilità. Il brutto oggi non si vende perché, c’è design dappertutto, anche nel suono, visto che le persone oggi desiderano vivere un consumo emotivo che genera status».
Stefano Luppi
Stefano Luppi
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