Marie José Mondzain
«Per trasformare il mondo serve uno sguardo diverso»
Sul ruolo che le immagini rivestono nella società si concentra da sempre il pensiero di Marie José Mondzain, directrice de recherche presso il Gruppo di sociologia politica e morale, centro di...
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Sul ruolo che le immagini rivestono nella società si concentra da sempre il pensiero di Marie José Mondzain, directrice de recherche presso il Gruppo di sociologia politica e morale, centro di ricerca comune all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e al CNRS.
Nel corso della sua carriera, Mondzain si è a lungo occupata del rapporto tra icona e cultura, dall’iconoclastia del periodo bizantino alle culture aniconiche. Ieri pomeriggio, la studiosa ha rapito la platea di Piazza dei Martiri argomentando una tesi originale, che si potrebbe definire una sfida: in un mondo che oggi tutti percepiamo come invaso da un enorme quantitativo di immagini, infatti, Mondzain preferisce parlare di flussi visibili, essendo l'immagine ciò che costituisce un soggetto come spettatore, assegnandogli un ruolo critico e la giusta distanza da cui può osservare e valutare il mondo e in cui è lo scarto tra visibile e invisibile, mentre le odierne rappresentazioni si perdono nel flusso indistinto di ciò che è visibile.
Ed è proprio questo scarto che, oggi, rischia di essere perduto e, con esso, la distanza critica dello spettatore il quale dovrebbe poter conservare sempre la propria libertà, anche e soprattutto di fronte a ciò che vede. «Le immagini non mentono mai, né mai dicono la verità - ha spiegato la professoressa - È la reazione del soggetto che guarda, che definisce il potere della scelta di credere o negare». Mondzain porta un esempio pregnante, a sostegno di queste parole. «È attraverso la credenza che si stabilisce il registro del sapere: crediamo ciò che vediamo e sappiamo solo ciò che crediamo. Riporto, al proposito, la dichiarazione del filosofo e sociologo Raymond Aron che, nel pieno del secondo conflitto mondiale, informato dell'esistenza dei campi di sterminio, disse che non li aveva visti. Certo, i nazisti li avevano avvolti in un velo di invisibilità, ma colpisce che abbia affermato “l'ho saputo, ma non l'ho creduto e visto che non l'ho creduto, non l'ho saputo”. La strategia dell'incredulità è propria anche dei negazionisti, ma non è la verità di un'immagine che la costituisce e che la rende documento offerto alla conoscenza: la questione della verità rispetto alle immagini appartiene al regime etico dell'affidabilità dei gesti che ci fanno vedere. Due gli ostacoli all'affidabilità del visibile: l'impostura e il desiderio di non sapere. In ambedue i casi, quello che è in gioco non è l'immagine, ma il regime dell'affidabilità. Ciò che si constata spesso è l'esistenza di un rapporto di fiducia tra colui che mostra le immagini e colui che le vede. Ciò è alla base di ogni promessa, ma anche di ogni abuso della fiducia, di cui può servirsi e abusare ogni potere. Per questo, la trasformazione del mondo - ha concluso Mondzain - non può che essere una trasformazione del nostro sguardo su di esso». (v.c.)
Nel corso della sua carriera, Mondzain si è a lungo occupata del rapporto tra icona e cultura, dall’iconoclastia del periodo bizantino alle culture aniconiche. Ieri pomeriggio, la studiosa ha rapito la platea di Piazza dei Martiri argomentando una tesi originale, che si potrebbe definire una sfida: in un mondo che oggi tutti percepiamo come invaso da un enorme quantitativo di immagini, infatti, Mondzain preferisce parlare di flussi visibili, essendo l'immagine ciò che costituisce un soggetto come spettatore, assegnandogli un ruolo critico e la giusta distanza da cui può osservare e valutare il mondo e in cui è lo scarto tra visibile e invisibile, mentre le odierne rappresentazioni si perdono nel flusso indistinto di ciò che è visibile.
Ed è proprio questo scarto che, oggi, rischia di essere perduto e, con esso, la distanza critica dello spettatore il quale dovrebbe poter conservare sempre la propria libertà, anche e soprattutto di fronte a ciò che vede. «Le immagini non mentono mai, né mai dicono la verità - ha spiegato la professoressa - È la reazione del soggetto che guarda, che definisce il potere della scelta di credere o negare». Mondzain porta un esempio pregnante, a sostegno di queste parole. «È attraverso la credenza che si stabilisce il registro del sapere: crediamo ciò che vediamo e sappiamo solo ciò che crediamo. Riporto, al proposito, la dichiarazione del filosofo e sociologo Raymond Aron che, nel pieno del secondo conflitto mondiale, informato dell'esistenza dei campi di sterminio, disse che non li aveva visti. Certo, i nazisti li avevano avvolti in un velo di invisibilità, ma colpisce che abbia affermato “l'ho saputo, ma non l'ho creduto e visto che non l'ho creduto, non l'ho saputo”. La strategia dell'incredulità è propria anche dei negazionisti, ma non è la verità di un'immagine che la costituisce e che la rende documento offerto alla conoscenza: la questione della verità rispetto alle immagini appartiene al regime etico dell'affidabilità dei gesti che ci fanno vedere. Due gli ostacoli all'affidabilità del visibile: l'impostura e il desiderio di non sapere. In ambedue i casi, quello che è in gioco non è l'immagine, ma il regime dell'affidabilità. Ciò che si constata spesso è l'esistenza di un rapporto di fiducia tra colui che mostra le immagini e colui che le vede. Ciò è alla base di ogni promessa, ma anche di ogni abuso della fiducia, di cui può servirsi e abusare ogni potere. Per questo, la trasformazione del mondo - ha concluso Mondzain - non può che essere una trasformazione del nostro sguardo su di esso». (v.c.)
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