Gazzetta di Modena

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Festival Filosofia 2017

Artefatti, testimoni di cultura per una rinnovata etnologia

di Laura Solieri
Artefatti, testimoni di cultura per una rinnovata etnologia

La lezione del prof. James Clifford, in piazza Grande, sulla “Carriera degli oggetti” «Solo all’inizio del XIX secolo i primi musei di arte non occidentale e “selvaggia”»

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Musei come zone di contatto, aree di incontro e traduzione culturale. E dentro, gli oggetti, nella loro cultura di materiale creativo, nella loro veste di provocatori di discorsi nuovi. Con il professor James Clifford, nella lezione magistrale “Artefatti. La carriera degli oggetti” di ieri pomeriggio in Piazza Grande a Modena, si sono esplorati i limiti delle categorie estetiche ed etnografiche che usiamo per contenere e cercare di definire gli oggetti, con particolare attenzione a quelli non occidentali, riflettendo sui concetti di arte e artefatto. È all’inizio del XIX secolo che vediamo la nascita dei musei di arte che si distinguono dai musei di etnologia, luoghi in cui artefatti culturali non occidentali, tribali, si sono conservati nel tempo. «Come si sono superati i concetti di arte e artefatto? - esordisce Clifford - Se nel XVIII secolo l’arte coincideva con il concetto di skill, abilità, capacità, nel XIX secolo si afferma un’idea più specialistica di arte e artista, che si distingue dall’artigiano abile, l’arte viene istituzionalizzata nei musei nazionali e il concetto di artefatto si estende anche a oggetti non occidentali arrivati in Europa a seguito delle varie colonizzazioni».

E così nascono collezioni private enormi, precursori dei musei moderni di etnografia, composte da quegli artefatti culturali che fino a tempi recenti non erano considerati arte nella sua accezione odierna occidentale, testimoni della gloria svanita di culture perdute, oggetti “selvaggi”, tribali, con mancanza di futuro, perché solo l’Occidente era considerato dinamico e le varie, piccole, società indigene erano destinate a scomparire. «Abbiamo così piccoli eserciti di collezionisti scientifici che hanno “sfruttato” le comunità indigene cogliendo in esse opportunità di acquisizione in un collezionismo di recupero - spiega Clifford - E i popoli indigeni cercano accesso alle opere della loro tradizione nei musei occidentali».

È nel XX secolo che si creano sfide occasionali tra arte e artefatto, e gli artisti di avanguardia iniziano a riconoscere come arte gli artefatti non occidentali, fino ad arrivare agli anni Ottanta quando aprono le prime gallerie di arte africana. La distanza tra arte e etnologia si fa meno assoluta e con l’intento di trascendere in un qualche modo il passato coloniale, si affermano istituzioni post etnologiche laddove le comunità di nativi esercitano una pressione diretta e il dinamismo indigeno si impone con maggiore forza. «Di cosa possono occuparsi questi luoghi se non di diversità culturale? - spiega il professor Clifford - Anche se bisogna ripensare drasticamente al concetto di diversità culturali che devono essere meglio afferrate e tradotte per arrivare alla fine del collezionismo di recupero, inteso come esercizio basato sulla sparizione e non sul movimento. I nativi iniziano ad andare da un’altra parte, per conto loro, e si afferma un dinamismo indigeno inevitabile delle culture aborigene». Da Berlino a Vienna e oltre l’Europa, sono diverse le esperienze museali citate dal professore che identificano pratiche di cambiamento, scambi e rapporti di collaborazione continua all’insegna del dinamismo indigeno, che fa di questi spazi culturali e istituzionali luoghi più interessanti da esplorare. «Rimane da chiedersi che tipo di cosmopolitismo ci si immagina, come esso si possa incontrare con il globalismo contemporaneo - conclude Clifford - E come perpetuare una partecipazione effettiva in questo contesto. Sicuramente, alla luce del lavoro svolto fino a qui, questi luoghi risultano sicuramente più stimolanti da visitare».

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