«I musei trasformati in nuovi teatri raccontano le opere»
Gianfranco Maraniello ha spiegato l’evoluzione delle sale dove non basta più esporre, ma bisogna arricchire l’arte
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Si parla di “arti” al festival ed è impossibile tralasciare il concetto di museo, tema al quale ieri in piazza XX settembre si è dedicato un esperto come Gianfranco Maraniello. Maraniello è il direttore di uno dei principali musei d’arte contemporanea d’Europa, il Mart di Rovereto di Trento. Lo studioso ha intrattenuto un pubblico molto folto con una difficile lezioni su cosa è storicamente il museo - ricordiamo che museo significa luogo delle Muse - e su come oggi esso sia divenuto. «Oggi il museo - spiega Maraniello in conclusione dell’intervento di ieri - non segue regole precise e comuni, ma in ogni caso deve corrispondere alle sfide odierne e avere un ruolo attivo. Per questo sempre di più si parla per questi luoghi di storytelling, di supplementi di informazione, di site specific”. Ma non è così semplice, anche se sulla linea di Roberto Esposito potremmo pensare al museo come a un “Luogo di apparizioni delle arti” come il filosofo spiegava venerdì in piazza. Maraniello elegge a “faro” della sua lezione magistrale l’intellettuale e politico francese André Malraux accennando a uno dei sui libri più noti come “Il museo immaginario». Spiega il direttore del Mart, esperto di arte contemporanea: «Un crocifisso romanico non era in origine una scultura, una Madonna di Cimabue non era in origine un quadro così come un’opera di Fidia non era statua. Il ruolo del museo è determinante nella relazione delle opere e tra le opere presenti, anche se noi pensiamo sia così da sempre. In realtà ciò accade da un paio di secoli e per lungo tempo l’arte non era questo. Certo, noi pensiamo oggi all’opera d’arte in funzione del museo che la ospita: allo spettatore che visita questi luoghi che storicamente possiamo paragonare a chiese laiche spetta una relazione con quanto vede. Siamo nel campo della liturgia, proprio come per quanto riguarda la religione. Per resto non andiamo più al Louvre per vedere la Gioconda, è impossibile farlo ormai, ma ci andiamo per vedere come il pubblico vede la Gioconda». Oggi, ai tempi del contemporaneo, ci chiediamo come il museo possa costituire una nuova relazione con le opere. «Una volta l’opera - continua l’esperto - veniva anche modificata dalla sua presenza nel museo. Cimabue diventa un quadro quando è esposto lì e si sviluppa una pratica rituale che riguarda le opere esposte. Inoltre ogni opera viene circoscritta e si affilia a quelle esposte, escludendo in qualche modo quelle che non lo sono». Questo ieri, ma oggi? «Oggi - continua Maraniello - è tutto molto differente. Dai tempi delle avanguardie storiche abbiamo chi voleva distruggere i musei, pensiamo ai futuristi e nel mondo dell’arte parte una programmazione precisa degli artisti, pensiamo solo ai tanti manifesti che circolano. E tutto si puntualizza con le neo-avanguardie negli anni ’60 e ’70: la Land Art ad esempio è impossibile contenerla nel museo, alcune vanno oltre rispetto a questi luoghi fisici». Siamo dunque al cuore del pensiero dell’esperto: «Oggi l’artista ha consapevolezza della sua opera, siamo oltre il mito dettato dal periodo romantico. E i musei sono un nuovo teatro».
Stefano Luppi
Stefano Luppi
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