Gazzetta di Modena

Modena

Festival Filosofia 2017

«L’abito, opera d’arte per trasmettete l’essenza della persona»

di Francesca Testi
«L’abito, opera d’arte per trasmettete l’essenza della persona»

Emanuele Coccia: «I vestiti che non sono solo degli oggetti  sono il trasformatore che fanno esistere l’Io nelle cose»

3 MINUTI DI LETTURA





Superando il pregiudizio della frivolezza che storicamente avvolge la moda, Emanuele Coccia, ha costruito uno statuto dell’abito come arte. “Abito” è il titolo dell’intervento che lo studioso ha tenuto dinanzi alla platea di questa edizione di Festival Filosofia. Già maître de conférence presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Coccia ha saputo gettare nuova luce su temi tralasciati da tempo dalla filosofia accademica, per esplorarne dimensioni più attuali, come lo stesso Direttore del Consorzio Festival Filosofia Daniele Francesconi ha evidenziato nella sua presentazione indicandolo come pensatore innovativo e internazionale.

«L’abito è la più comune delle opere d’arte ed è anche la più trascurata perché non è quasi mai considerata come tale. - ha premesso Coccia- ma la moda rappresenta la madre di tutte le arti per la sua onnipresenza. Infatti l’abito raccoglie in sé alcune contraddizioni: da un lato è il più visibile degli artefatti, dall’altro, è il più invisibile poiché è destinato a scomparire».

«Gli abiti sono opere d’arte che usiamo - ha spiegato Coccia- sono oggetti estetici fragili e vulnerabili perché temporali».

Tuttavia «Fare abiti significa modificare radicalmente il rapporto dell’uomo con il mondo, con sé e con la società nella quale si vive. Per questo nessun’altra arte sarà mai come la moda». Così come indicato nella Genesi, la comparsa dei vestiti, ha segnato profondamente la natura umana ponendo l’uomo stesso in rapporto con il mondo. Questa dimensione antropologica della moda che Coccia ha tracciato non pone in contraddizione alcuna la storia della tecnica con la storia in sé: «Ogni tecnologia denota sempre un rapporto tra due viventi per due motivi fondamentali: l’artefatto tecnologico è fatto da viventi per viventi; attraverso l’oggetto-abito la tecnica si unisce al corpo in una simbiosi.». Sarebbe come dire che ogni vestito si adegua alla vita come se fosse la proiezione di un organo umano.

«L’abito è il trasformatore che fa esistere l’Io nelle cose perché trasmette qualità personali che il soggetto non è capace di trasmettere in altro modo- ha rimarcato Coccia- Ho bisogno di porre cose sul mio corpo per poter essere in un certo modo, così i vestiti finiscono per portare la nostra personalità a un livello superiore». Secondo quanto ricostruito da Coccia l’abito rappresenta una maschera con cui mutiamo, che ritma la nostra vita perché lo usiamo sempre- tutti i giorni, tutto il giorno, per tutta la vita- costruisce la cultura in quanto tale e così facendo cambia la realtà in cui abitiamo.

Da quando YvesSaintLaurent ha portato l’haute couture alla dimensione temporale del presente, e Roland Barthes ha attribuito alla moda una capacità narrativa, l’abito sembra aver assunto lo statuto di un oggetto culturale originale e indipendente. La camicia “Only anarchists are pretty” di Vivienne Westwood e Malcoms MacLaren ne è un esempio. Per Coccia dunque è diventato un oggetto capace di costruire il senso non solo evidenziando la propria autonomia simbolica ma rivoluzionando i simboli stessi «Il vestito diventa spazio della esistenza della parola e del simbolo».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Modena per le tue notizie su Google