Scarabicchi: «Dare il giusto peso alle parole questa è la verità della poesia»
di Michele Fuoco
Domenica 24 settembre a Castelfranco Scarabicchi legge i suoi versi e dialoga con Galaverni: «La nostra è l’arte sublime della concretezza, parliamo del pensiero, della vita»
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Sarà a Castelfranco, domenica alle 10, Francesco Scarabicchi per dialogare con Roberto Galaverni e leggere le sue poesie. Tra le sue raccolte anche “Il prato bianco” delle edizioni l'Obbligo nel 1997, che ora Einaudi ha voluto ripubblicare. Il poeta marchigiano, traduttore da Garcia Lorca e Machado che, con Ungaretti, sono i primi autori incontrati nella vita, (ha ideato e dirige la rivista “nostro lunedì”), è stato quattro anni fa al nostro Festival che considera necessario. «È una delle letture più belle che ho fatto con un pubblico attento, educato».
Si può dire che la pubblicazione di Einaudi costituisca una sorta di ulteriore consacrazione del suo lavoro?
«È un risarcimento danni, con un successo critico spaventoso e in un anno il libro è andato esaurito. Quando Einaudi mi ha chiesto il libro non ci ho pensato due volte: “Il prato bianco” aveva bisogno di essere considerato. Un servizio stampa splendido e articoli importanti e il libro ha trovato la giusta considerazione. Quello che non è successo 20 anni fa».
“Porto in salvo dal freddo le parole...” recita un verso. È il messaggio della sua poesia? La parola per essere poetica da chi deve essere preservata?
«Deve sfuggire al freddo della menzogna, della mancata verità. Bisogna ragionare a fondo sul significato delle parole in un'epoca che non fa più tesoro delle parole. Occorre dare loro il giusto valore, peso, senso. Invece si gioca a caso con esse, come tirare due dadi sul tappeto».
Di cosa ha bisogno la poesia?
«Ha bisogno di verità, di sapere che quello che dice non sia distante da quello di come lo si dice. La forza dei sentimenti, del senso, della misura costituisce un modo di come le parole devono essere dette, scelte e non frantumate».
La poesia ha sempre un carattere di creatività pura e spontanea o nasce anche dalla riflessione, da una tensione conoscitiva?
«Credo che la poesia cerchi quell'invisibile, come dice un verso di una poesia di Mario Luzi. Pascoli sosteneva che “la poesia cammina accanto ai nostri piedi e non la vediamo”. Penso che essa sia arte e pensiero. La creatività è inevitabile ma non può essere abbandonata dal pensiero e Leopardi ce l'ha insegnato. Leopardi ha fatto lo stesso lavoro che hanno fatto gli scienziati: loro scoprono la relatività, mentre lui scopre l'infinito».
I suoi versi si aprono a tutti i sentimenti umani, conoscono anche la malinconia, l'angoscia e il tema della morte. “Tutto è sospeso come in un'attesa” e “non è la morte, non è la morte, credimi, che uccide”. Che cosa uccide?
«Ciò che uccide è la vita che contempla anche la morte. Nell'orizzonte della vita dobbiamo collocare anche l'idea della morte, come se ognuno venisse spento da un interruttore. Bisogna rendersi conto che c'è una traccia che si percorre e poi avviene qualcosa di imponderabile che la vita contempla. La madre mette i figli al mondo, ma mentre li mette al mondo ha già attivato l'essenza della morte. In quel nascere c'è il morire. Ecco perché la vita deve essere vissuta nella sua pienezza».
Del suo lavoro si è occupato anche il poeta Pusterla che parla di “realismo difficile”. Perché difficile?
«Difficile perché è realismo composto dalla ricerca del senso e, quindi, dalla vocazione a capire che la realtà di un poeta in un componimento riesce a stare nei confini di un campo in cui agisce anche il pensiero, capace di fare sembrare astratta una realtà che è concreta. La poesia è l'arte sublime della concretezza. Non c'è niente di astratto nella poesia perché essa parla della vita, del pensiero, della carne. Tutte cose concrete».
Perché la sua attenzione all'arte come “Le stanze per Lorenzo Lotto” 2013 e le “cronache d'arte” 1974-2006?
«Perché è l'altra forma del visibile e del concreto, non c'è arte astratta. Se guardo un taglio di Fontana non posso dire che è astratto. È concretissimo, è una ferita sul cuore del mondo».
A Castelfranco leggerà poesie diverse dalle sue raccolte...
«In particolare da “Il prato bianco” e da “L'esperienza della neve” che nasce da una canzone napoletana del '500, “Fenestra vascia”: “Oje piglia la ‘sperienza de la neve! La neve è fredda e se fa maniare, e tu comme si’ tanta aspra e crudele?! Muorto mme vide e nun mme vuò ajutare!?”. È un canto d'amore. L'esperienza della neve è quella della poesia: è concreta, apparentemente sembra fredda ed invece si fa “maniare”. In essa è l'arte e la vita. Questo libro mi ha fatto conoscere da tutti in Italia».
Si può dire che la pubblicazione di Einaudi costituisca una sorta di ulteriore consacrazione del suo lavoro?
«È un risarcimento danni, con un successo critico spaventoso e in un anno il libro è andato esaurito. Quando Einaudi mi ha chiesto il libro non ci ho pensato due volte: “Il prato bianco” aveva bisogno di essere considerato. Un servizio stampa splendido e articoli importanti e il libro ha trovato la giusta considerazione. Quello che non è successo 20 anni fa».
“Porto in salvo dal freddo le parole...” recita un verso. È il messaggio della sua poesia? La parola per essere poetica da chi deve essere preservata?
«Deve sfuggire al freddo della menzogna, della mancata verità. Bisogna ragionare a fondo sul significato delle parole in un'epoca che non fa più tesoro delle parole. Occorre dare loro il giusto valore, peso, senso. Invece si gioca a caso con esse, come tirare due dadi sul tappeto».
Di cosa ha bisogno la poesia?
«Ha bisogno di verità, di sapere che quello che dice non sia distante da quello di come lo si dice. La forza dei sentimenti, del senso, della misura costituisce un modo di come le parole devono essere dette, scelte e non frantumate».
La poesia ha sempre un carattere di creatività pura e spontanea o nasce anche dalla riflessione, da una tensione conoscitiva?
«Credo che la poesia cerchi quell'invisibile, come dice un verso di una poesia di Mario Luzi. Pascoli sosteneva che “la poesia cammina accanto ai nostri piedi e non la vediamo”. Penso che essa sia arte e pensiero. La creatività è inevitabile ma non può essere abbandonata dal pensiero e Leopardi ce l'ha insegnato. Leopardi ha fatto lo stesso lavoro che hanno fatto gli scienziati: loro scoprono la relatività, mentre lui scopre l'infinito».
I suoi versi si aprono a tutti i sentimenti umani, conoscono anche la malinconia, l'angoscia e il tema della morte. “Tutto è sospeso come in un'attesa” e “non è la morte, non è la morte, credimi, che uccide”. Che cosa uccide?
«Ciò che uccide è la vita che contempla anche la morte. Nell'orizzonte della vita dobbiamo collocare anche l'idea della morte, come se ognuno venisse spento da un interruttore. Bisogna rendersi conto che c'è una traccia che si percorre e poi avviene qualcosa di imponderabile che la vita contempla. La madre mette i figli al mondo, ma mentre li mette al mondo ha già attivato l'essenza della morte. In quel nascere c'è il morire. Ecco perché la vita deve essere vissuta nella sua pienezza».
Del suo lavoro si è occupato anche il poeta Pusterla che parla di “realismo difficile”. Perché difficile?
«Difficile perché è realismo composto dalla ricerca del senso e, quindi, dalla vocazione a capire che la realtà di un poeta in un componimento riesce a stare nei confini di un campo in cui agisce anche il pensiero, capace di fare sembrare astratta una realtà che è concreta. La poesia è l'arte sublime della concretezza. Non c'è niente di astratto nella poesia perché essa parla della vita, del pensiero, della carne. Tutte cose concrete».
Perché la sua attenzione all'arte come “Le stanze per Lorenzo Lotto” 2013 e le “cronache d'arte” 1974-2006?
«Perché è l'altra forma del visibile e del concreto, non c'è arte astratta. Se guardo un taglio di Fontana non posso dire che è astratto. È concretissimo, è una ferita sul cuore del mondo».
A Castelfranco leggerà poesie diverse dalle sue raccolte...
«In particolare da “Il prato bianco” e da “L'esperienza della neve” che nasce da una canzone napoletana del '500, “Fenestra vascia”: “Oje piglia la ‘sperienza de la neve! La neve è fredda e se fa maniare, e tu comme si’ tanta aspra e crudele?! Muorto mme vide e nun mme vuò ajutare!?”. È un canto d'amore. L'esperienza della neve è quella della poesia: è concreta, apparentemente sembra fredda ed invece si fa “maniare”. In essa è l'arte e la vita. Questo libro mi ha fatto conoscere da tutti in Italia».
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