Gazzetta di Modena

Modena

Operazione Colomba parla modenese

di Laura Solieri

Giulia Zurlini Panza: «Cerchiamo giustizia per le famiglie vittime di violenze. Le voci di chi è coinvolto ti restano addosso» 

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MODENA . Referente del progetto di Operazione Colomba (www.operazionecolomba.it) in Albania che si occupa di contrastare il fenomeno delle vendette di sangue, la vita di Giulia Zurlini Panza, 33 anni, si divide tra Modena, Scutari, sede operativa del progetto, e Rimini, sede italiana di Operazione Colomba. Giulia ha una laurea in Relazioni Internazionali, una laurea specialistica in Analisi dei Conflitti, delle Ideologie e della Politica nel Mondo Contemporaneo e nel 2017 ha conseguito un dottorato in Scienze Umanistiche presso l'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia con una tesi dal titolo “Albania: pratiche di mediazione e di riconciliazione tra le famiglie colpite dal fenomeno delle vendette”. Dal 2006, Giulia è impegnata come volontaria di Operazione Colomba, il Corpo Nonviolento di Pace dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII nelle attività di peacekeeping, peacemaking e peacebuilding civile nonviolento nell’area di Peja-Peć, Kosovo, e nell’area di Scutari, Albania, in qualità di coreferente del progetto sul campo, ora referente dall'Italia.

«Soprattutto nel nord dell’Albania, il Kanun, un antico codice consuetudinario medievale, viene oggi strumentalizzato per giustificare l’uso della giustizia privata laddove lo Stato si dimostra assente – ci racconta - Secondo questa pratica, tutti i membri della famiglia di chi ha commesso un reato sono passibili di vendetta da parte della famiglia lesa e la famiglia che ha subito il danno o un omicidio può arrogarsi il diritto di vendicarsi. Operazione Colomba promuove percorsi di giustizia ristorativa tra le famiglie coinvolte in questa pratica, realizza accompagnamenti non armati allo scopo di proteggere i membri dei clan che rischiano di subire una vendetta e sensibilizza sul tema le istituzioni e la società civile».

In questa attualità fatta di confini, terrore e violenza che messaggio intende portare una persona giovane come te e con un bagaglio teorico e pratico così solido?

«Partendo dalla mia esperienza, direi che è stato cruciale non smettere di cercare risposte a due questioni che mi tormentavano. La prima questione era rappresentata dalla domanda “chi sono?”. In questo caso, ho tratto un enorme insegnamento dall’esperienza dei ragazzi che Operazione Colomba ha seguito in Kosovo. Erano figli del loro passato e il percorso di rielaborazione del conflitto intrapreso li aveva spinti a diventare i protagonisti del loro futuro e anche a divenire i responsabili del cambiamento nonviolento che volevano vedere nel loro paese. Questi ragazzi hanno rappresentato per me un grande esempio. Tra me e me dicevo: “se dopo quello che hanno vissuto, riescono a parlarsi, a considerarsi ancora come esseri umani e a chiedersi scusa a vicenda, allora anch’io posso provare a mettere mano ai miei conflitti interpersonali”. In effetti, vivere in zone di conflitto aveva fatto emergere i miei conflitti interpersonali in modo prorompente. Affrontarli in modo nonviolento, come avevo appreso in Kosovo, ha significato per me rispondere alla domanda “chi sono?”. Dopo averlo scoperto, ho sentito di avere la responsabilità di viverlo, anche come forma di rispetto nei confronti delle scelte fatte da questi ragazzi. La seconda questione consisteva nel tentativo di trovare una risposta alla mia profonda esigenza di senso. La modalità di vivere il conflitto di Operazione Colomba attraverso la nonviolenza rispondeva a questa esigenza. Già solo il fatto di scegliere di “abitare” il conflitto come civili a fianco delle vittime delle guerre parla da sé. Inoltre, le relazioni umane instaurate in queste situazioni hanno contribuito a nutrire la mia esigenza di senso. Diciamo che la filosofia africana dell’ubuntu, secondo cui una persona è una persona solo attraverso le altre persone, nel mio caso si era dimostrata appropriata. Credo che compiere scelte coraggiose mi abbia aiutato a uscire dagli stereotipi, dall’individualismo e dal provincialismo».

Cosa porti nel tuo cuore e nella tua testa quando torni a Modena dalle tue esperienze all'estero?

«Nella testa porto le voci delle persone coinvolte nel fenomeno delle vendette in Albania, voci a cui voglio dare voce qui a Modena perché ancora non sono ascoltate a dovere né in Albania né all’estero. Nel cuore mi porto l’amore di cui parla M. L. King, quella forza così potente da scacciare l’odio e illuminare i cuori e le menti, quella forza che attraverso la nonviolenza ha abbattuto il muro di Berlino in Germania, l’Apartheid in Sudafrica, la segregazione razziale nell’America del Nord, il colonialismo britannico in India, la dittatura militare di Pinochet in Cile, il regime comunista in Polonia, la dittatura di Marcos nelle Filippine e che spero continui ad abbattere barriere».

Cosa non vediamo, cosa non capiamo noi cittadini da qui rispetto ai temi di cui ti occupi?

«La parola “nonviolenza” non significa assenza di violenza. E’ la traduzione di due termini in sanscrito: “a-himsa” che significa combattere senza violenza, affidando l'avversario alla giustizia, e “satyagraha” che indica la fermezza nel perseguire verità e amore. La nonviolenza sostituisce all’uso della forza fisica, l’uso della forza morale. Credo che essa possa essere uno strumento fondamentale per affrontare i problemi della nostra quotidianità, grandi e piccoli, per costruire speranza e per lottare contro la cupezza e la deresponsabilizzazione di questo momento. Nel mio caso, è stato necessario smettere di ascoltare la negatività e sintonizzarmi su quel canale che mi permetteva di udire, invece, quella che Gandhi chiama “la silenziosa piccola voce della coscienza”. In questo, porto l’esempio di Operazione Colomba che quest’anno ha festeggiato 25 anni di interventi nonviolenti in zone di conflitto armato».



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