Lavoro fisso in Comune a Modena, lotteria per 1.459 candidati
Precari e insegnanti senza cattedra, laureati e diplomati alla caccia di un posto da istruttore amministrativo
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MODENA Il sogno di un posto sicuro in un’amministrazione comunale svanisce quando il sole è già alto e la folla si raduna davanti al Palasport.
Per tentare la lotteria di uno stipendio lordo da 1600 euro (1200 netti circa) è bastato spedire una raccomandata e armarsi di pazienza. Poi qualche biglietto da 50 euro per finanziare il primo viaggio a Modena, per un concorso che dovrà selezionare i 300 aspiranti che saranno ammessi gli altri due esami in programma. Al termine di questo percorso a ostacoli solo una dozzina taglieranno il traguardo della qualifica di Istruttore amministrativo di categoria C, in pratica impiegati d’ordine come li definiva la vecchia legge quadro.
Diventare “mezze maniche” è un obbiettivo ambizioso per i 1.459 che ieri mattina hanno occupato in due turni il parquet del Palazzo dello Sport e quello della Polisportiva Modena Est. Sui 2.152 che avevano confermato l’iscrizione hanno buttato la spugna 693 concorrenti, in pratica un terzo del totale.
Una carica pacifica quella dei “concorsisti”. E disincantata. Giovani, ex giovani e meno giovani sanno bene che c’è sulla carta un posto ogni 179 concorrenti, perchè ai 17 posti a concorso su quattro enti locali (Comuni di Modena, S.Cesario, Castelfranco e Unione Terre dei Castelli) vanno tolti quelli riservati a disabili e militari.
«Veniamo dalla provincia di Reggio ma per poco saremmo arrivate in ritardo per il traffico. Nessun problema, anche i portoni sono stati aperti venti minuti dopo. Al solito».
Anche loro, quattro trentenni che hanno viaggiato insieme per dividere il costo della benzina, sono esperte di selezioni, al pari di quasi tutti i partecipanti. Bastava il colpo d’occhio per capire nella loro solitudine organizzata il ritratto di due generazioni, tra i trenta e i quarant’anni, evocate dai politici e scomparsi dai radar delle aziende. Tante stempiature e i primi capelli bianchi, ben mascherati nelle capigliature delle signorine. Per la grande maggioranza di loro ci sono stati sinora lavori intermittente, a chiamata, tra un’occupazione declassata e una inflazionata, tra call center e precariato intellettuale. Molti quelli con una laurea in tasca, tante le insegnanti senza alunni, tagliate fuori anche dalla collezione di piccole supplenze per racimolare punteggi.
«Da dove vieni? Quanti anni hai? Quanti concorsi hai già fatto?» Queste le domande tra estranei accomunati dagli stessi bisogni. In nome della sicurezza e delle norme più restrittive per i grandi raduni in pubblico niente trolley e borsoni; molti con la bottiglietta d’acqua come unico gadget. E il telefonino? Onnipresente e spento, per non consegnarlo in una busta sigillata all’entrata: «A parte i rischi di cosa ritrovi dopo - spiegava una ragazza a una collega - Vuoi mettere il tempo perso per un’altra fila quando usciamo di qui?»
Per chi è arrivato dalla Lombardia o dal nord Italia, dalla Campania e dalla Puglia con una notte in treno o in corriera, il terno al lotto del maxiconcorso è una speranza in più, anche se corre il rischio di finire nel cassetto delle illusioni perdute.
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