Alzheimer, ogni anno quasi 3mila malati in più
di Davide Berti
In provincia vengono seguiti undicimila casi dalla rete dei servizi e degli ospedali Il dottor Fabbo: «Le demenze in crescita, anche i familiari vanno sostenuti»
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Undicimila casi seguiti in provincia di Modena, ogni anno se ne aggiungono circa 2800. La popolazione invecchia e i casi di demenza, dove l’Alzheimer è la manifestazione più diffusa, non possono che crescere ad un ritmo impressionante: «Stimiamo che considerando come famiglia un nucleo allargato fatto di genitori, figli e parenti, in ognuno di questi gruppi ci sia almeno una persona che deve convivere con una forma di demenza. Dobbiamo dare risposte a lui, ma dobbiamo dare risposte anche a tutti coloro che gli stanno attorno per accudirlo». Parola del dottor Andrea Fabbo, direttore del programma sulle demenze dell’azienda Ausl. L’occasione per approfondire questo tema così delicato che tocca tutti è arrivata dal convegno “Modena per l’Alzheimer”, dove sono intervenuti, tra gli altri, Teresa di Fiandra del Ministero della Salute e Nicola Vanacore dell’Istituto Superiore di Sanità.
Qualche numero per capire ancora meglio quanto queste patologie siano a noi vicine: In Italia l’Alzheimer rappresenta il 54% di tutte le demenze, una serie di patologie che hanno notevole impatto in termini socio-sanitari per il crescente numero di pazienti coinvolti e la complessità dei bisogni, che richiedono una rete qualificata di servizi sanitari e socio-assistenziali. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito le demenze una “priorità di salute pubblica”, legata al progressivo invecchiamento della popolazione. Il maggior fattore di rischio associato all’insorgere delle demenze resta l’età e il nostro Paese è uno di quelli con la più alta percentuale di anziani. Al 2016, in provincia di Modena, le persone con demenza seguite nei 10 centri specializzati dell’Azienda Usl sono più di 11 mila (in 1 caso su 6 si tratta di Alzheimer). 2839 i nuovi casi, con un’incidenza sulla popolazione ultra65enne pari all’1.8%. Ad oggi, il 60% degli anziani non autosufficienti ospitati in strutture residenziali e semiresidenziali provinciali presenta una condizione di demenza.
Modena è un’isola felice, fa scuola: «Siamo stati presi da esempio- spiega il dottor Fabbo - proprio per la logica di rete con la quale stiamo affrontando questa emergenza. rete vuol dire rendersi conto che i dottori da soli non bastano, serve un lavoro di sostegno sulla famiglia, l’aiuto delle associazioni e del mondo del volontariato. A Modena tutto questo sta avvenendo con successo, ma la sfida ai numeri è sempre complicata».
Le idee, però, non mancano: «La settimana dell’Alzheimer che stiamo vivendo serve proprio a sensibilizzare un numero più alto di persone. In provincia abbiamo dieci centri specialistici, di cui tre ospedalieri. Il paziente viene preso in carico per seguire il paziente e la famiglia, cercando di capire, insieme a loro, quando è opportuno mettere in gioco tutta la rete dei servizi, a partire dalle strutture e dall’assistenza domiciliare, fino ai progetti innovativi con interventi non farmacologici, vedi la terapia occupazionale e la stimolazione cognitiva. Dobbiamo creare una comunità amica delle demenze, che si fa carico del problema: se ho l’anziano disorientato che fa fatica a trovare un luogo, a relazionarsi, le persone devono essere informate su come intervenire. Mi riferisco alla polizia municipale, ai negozianti, ai vicini di casa, questo vuol dire fare rete. E ci stiamo riuscendo anche in un’ottica di prevenzione importante, poichè aumentano anche i sintomi in età giovanile, che per questo tipo di malattia significa 50 anni».
Qualche numero per capire ancora meglio quanto queste patologie siano a noi vicine: In Italia l’Alzheimer rappresenta il 54% di tutte le demenze, una serie di patologie che hanno notevole impatto in termini socio-sanitari per il crescente numero di pazienti coinvolti e la complessità dei bisogni, che richiedono una rete qualificata di servizi sanitari e socio-assistenziali. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito le demenze una “priorità di salute pubblica”, legata al progressivo invecchiamento della popolazione. Il maggior fattore di rischio associato all’insorgere delle demenze resta l’età e il nostro Paese è uno di quelli con la più alta percentuale di anziani. Al 2016, in provincia di Modena, le persone con demenza seguite nei 10 centri specializzati dell’Azienda Usl sono più di 11 mila (in 1 caso su 6 si tratta di Alzheimer). 2839 i nuovi casi, con un’incidenza sulla popolazione ultra65enne pari all’1.8%. Ad oggi, il 60% degli anziani non autosufficienti ospitati in strutture residenziali e semiresidenziali provinciali presenta una condizione di demenza.
Modena è un’isola felice, fa scuola: «Siamo stati presi da esempio- spiega il dottor Fabbo - proprio per la logica di rete con la quale stiamo affrontando questa emergenza. rete vuol dire rendersi conto che i dottori da soli non bastano, serve un lavoro di sostegno sulla famiglia, l’aiuto delle associazioni e del mondo del volontariato. A Modena tutto questo sta avvenendo con successo, ma la sfida ai numeri è sempre complicata».
Le idee, però, non mancano: «La settimana dell’Alzheimer che stiamo vivendo serve proprio a sensibilizzare un numero più alto di persone. In provincia abbiamo dieci centri specialistici, di cui tre ospedalieri. Il paziente viene preso in carico per seguire il paziente e la famiglia, cercando di capire, insieme a loro, quando è opportuno mettere in gioco tutta la rete dei servizi, a partire dalle strutture e dall’assistenza domiciliare, fino ai progetti innovativi con interventi non farmacologici, vedi la terapia occupazionale e la stimolazione cognitiva. Dobbiamo creare una comunità amica delle demenze, che si fa carico del problema: se ho l’anziano disorientato che fa fatica a trovare un luogo, a relazionarsi, le persone devono essere informate su come intervenire. Mi riferisco alla polizia municipale, ai negozianti, ai vicini di casa, questo vuol dire fare rete. E ci stiamo riuscendo anche in un’ottica di prevenzione importante, poichè aumentano anche i sintomi in età giovanile, che per questo tipo di malattia significa 50 anni».
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