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A Modena la lite politica su Facebook finisce davanti al giudice

di Carlo Gregori
A Modena la lite politica su Facebook finisce davanti al giudice

Polemica su Che Guevara degenera, uno dei contendenti offeso querela l’altro.  A Modena una causa-pilota che potrebbe cambiare l’approccio ai social network

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Quando si offende un avversario durante una lite su Facebook lo si ingiuria soltanto o lo si diffama fino a lederne la reputazione? L’argomento è d’attualità: ogni giorno in ogni angolo del social network qualcuno litiga con uno sconosciuto che non la pensa come lui per i motivi più disparati e capita spesso che finisca a parole pesanti. A volte si arriva a espressioni inequivocabilmente offensive, per quanto generiche. Un caso capitato a Modena proprio un anno fa ora è al centro di una causa-pilota davanti al giudice delle udienze preliminari Paola Losavio.

Sotto accusa è un sessantenne impiegato del Comune di Modena simpatizzante di sinistra. È considerato una persona mite ma evidentemente è anche un insospettabile “leone da tastiera”. Il suo avversario, il querelante, è un 45enne di Castelfranco già consigliere comunale a San Cesario per una lista civica ed è un simpatizzante di destra.

MODENA Nel settembre 2016 i due si sono affrontati pesantemente commentando il post di un politico modenese col pallino della provocazione fine a se stessa. Infatti, il politico ha postato una foto di Che Guevara descrivendolo come un «macellaio comunista» che proibiva i libri, la musica e perseguitava i gay. Un post senza apparente motivazione che per il suo taglio “affilato” ha fatto abboccare anche il mite impiegato comunale. In risposta a lui e altri difensori del Che, il consigliere di destra ha postato la foto di una bandiera di Forza Nuova, movimento neofascista. A quel punto è esploso un battibecco tra i due e l’impiegato comunale di sinistra che difendeva a spada tratta Guevara è esploso definendo l’avversario con questi epiteti: troglodita, ritardato mentale, pezzo di m.... L’altro lo ha denunciato e come parte offesa tramite l’avvocato Fabio Bazzani lo ha portato fino all’udienza preliminare sperando di farlo rinviare a giudizio per diffamazione aggravata dall’uso di internet.

La difesa, avvocato Fausto Gianelli, ha però sollevato una questione di grande importanza: le tre “colorite”espressioni usate dal suo assistito sono sicuramente offensive ma, siccome sono generiche, vanno considerate ingiurie anziché lesive della reputazione e quindi diffamatorie? La differenza, ha spiegato, è notevole: se sono ingiurie, l’imputato se la caverà con una multa (il reato è depenalizzato), se c’è diffamazione lo aspetta una causa penale con possibili conseguenze ben più pesanti. Il giudice, data la novità della causa, si è riservato di decidere.
 

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