Comparto Morane, come nasce un accordo “irrevocabile”
Il cemento di via Morane a Vaciglio: ecco la storia di un accordo deciso sette anni fa in sordina con la proprietà dei terreni comprendente Cmb e AeC e che ora suscita polemiche e proteste: il contratto tra Giunta Pighi e privati ricade su Muzzarelli che lo “blinda”. Perché il Comune di Modena teme l’ipotesi della rescissione
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MODENA. Il caso del Comparto Morane-Vaciglio esplode oggi, ma è solo la parte finale di una vicenda nata almeno sette anni fa tra stanze discrete (e scarso interesse dell’opposizione). Nel 2010 la Giunta Pighi promosse e sottoscrisse un accordo del quale oggi si vedono le conseguenze. Se il Pd oggi sostiene che recedere dalla costruzione di quei 550 alloggi contestati dai Comitati Morane e #Mobastacemento e dal M5S comporterebbe un costo enorme che considera già scaricato sui modenesi - calcolato in 300 euro a famiglia - ancora adesso i punti di questo lontano accordo restano poco noti. Mettiamo le carte in tavola e proviamo a capire.
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QUEL 20 PER CENTO. Il terreno sul quale l’assessore all’Urbanistica, avvocato Anna Maria Vandelli, ha spiegato che verranno costruiti 550 nuovi alloggi, suscitando clamore e proteste, è stato al centro di una acquisizione da parte del Comune di Modena con un accordo firmato davanti al notaio nell’autunno del 2010. L’accordo prevedeva che le parti - la Giunta Pighi (assessore alla Programmazione del Territorio Daniele Sitta, dirigente del Settore Pianificazione architetto Marco Stancari) e i proprietari privati (Umberto Rigenti, presidente della società Borgo Estense Srl di Carpi e Carlo Zini, presidente Cmb, per la Società La Corte Estense Spa di Carpi) mettessero in atto l’articolo 180 della Legge Regionale 20 del 2000, una norma valida in Emilia-Romagna per colmare la mancanza di una legge nazionale sugli espropri di terreni ad uso pubblico. Con questa norma, il 12 dicembre 2010 la Giunta Pighi deliberava di acquisire l’80% di un terreno di via Morane per il quale manifestava interesse. Lasciava il restante 20% alla proprietà privata prevedendo una cosiddetta “perequazione” che compensava la perdita del terreno dato all’ente pubblico; terreno così urgente che ancora oggi, a sette anni, è un campo d’erba. Il Comune si impegnava a dotare i terreni di servizi e a lasciare quote dedicate al verde e altre iniziative ambientali (es: il cohousing), mentre la proprietà, con la sua fetta di un quinto, poteva godere di una riconversione ad uso edilizio e anzi era sollecitata a costruire, si legge, «in tempi rapidi e certi». Firmato il rogito, la proprietà ha dovuto versare integralmente l’imposta statale di registro: quasi un milione di euro.
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COLATA DI CEMENTO. Da allora trascorrono tre anni senza che nessuno sollevi obiezioni, mentre i campi fioriscono e sfioriscono. Il progetto edilizio viene compreso nel Piano Urbanistico Attuativo che il Consiglio comunale approva nel luglio 2013 senza che dall'opposizione venga sollevata alcuna perplessità sostanziale. Saranno invece i residenti di via Morane a protestare a gran voce. Il Comitato Morane non solo rende pubblica la propria opposizione sottolineando che sta per arrivare una cascata di cemento su quel prato, ma che la colata arriverà fino a bordo strada creando seri problemi di sicurezza pubblica. Il Comitato avvia anche un ricorso al Tar chiedendo l’annullamento del provvedimento comunale. Ancora oggi la causa è pendente.
ATTO SECONDO. Il problema dell’impatto degli iniziali 800 alloggi a prezzi convenzionati previsti nel progetto approvato inizia a far discutere la città. Si levano voci critiche. Così la proprietà presenta un secondo progetto edilizio modificando di propria iniziativa e unilateralmente l’assetto della costruzione degli alloggi, arrivando a ridurli da 800 a 550 in tutto. Il progetto, che ora arretra dalla strada, viene portato in Comune. Si chiede l’annullamento del Piano Urbanistico Attuativo per presentarne uno nuovo adeguato alla riduzione di alloggi. Il 26 febbraio 2016, con una delibera di giunta, Muzzarelli e i suoi assessori approvano il nuovo Piano attuativo per via Morane. Il fatto passa sotto silenzio.
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IL “MINOR IMPATTO”. La svolta arriva il 27 giugno scorso, quando il Comune pubblica l’avviso di deposito, un atto obbligatorio che permette a chiunque di guardare il progetto ed esporre critiche e osservazioni prima che diventi esecutivo, e lo fa per conto della Società Modena Estense Spa (tra i soci: Cmb e AeC). (Il deposito scade mercoledì prossimo, 27 settembre.) E il 22 luglio la giunta - il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, l'assessore all'Urbanistica Anna Maria Vandelli, l'assessore ai Quartieri Irene Guadagnini e il presidente del Consiglio del Quartiere 3 Mara Bergonzoni - illustra pubblicamente la variante al Piano urbanistico operativo (Poc) per far sì che il progetto dei 550 alloggi diventi un cantiere. È in questa occasione che la Vandelli spiega che i nuovi edifici avranno al massimo cinque piani più piano terra, per «ottenere un minore impatto sulle costruzioni già esistenti». È piena estate, la città è vuota ma la protesta si attizza con vigore. Oltre al Comitato Morane ora nasce un comitato cittadino più eterogeneo e diffuso: #Mobastacemento. Del caso si occupa il M5S. Tutti chiedono a gran voce di impedire l’edificazione su quel terreno: quelle condizioni, dicono, sono devastanti.
C’È UNA EXIT STRATEGY? Ma è possibile recedere da quel lontano accordo? Per il M5s si possono invocare il Piano Aria e gli Accordi di Parigi. Da parte del Comune e del Pd si ribadisce che la costruzione è irrevocabile. Il motivo, dicono nei corridoi del municipio, è che la rescissione comporterebbe una mazzata per il Comune. Il Pd calcola fino a 300 euro a famiglia di nuove imposte. Da questa cifra il M5s valuta costi e indennizzi per 30 milioni.
COSA TEME IL COMUNE. Ed eccoci a oggi. Il progetto della società Modena Estense Spa è stato adottato con delibera di giunta. Il periodo delle osservazioni, come detto, scade mercoledì, dopodiché si passerà alla fase esecutiva. Disdire l’accordo, sottolineano alcuni esperti del Comune, sarebbe un’ipotesi catastrofica per la giunta Muzzarelli. Spetterebbe al Comune pagare non solo il milione di euro di imposta di registro inizialmente versato dalla proprietà, ma anche quello per il nuovo atto di rescissione. Andrebbero aggiunte le spese di progettazione della proprietà, nonché ingenti spese vive e indennizzi. Il Consiglio dovrebbe poi modificare nuovamente il Poc per adeguare il Prg alla nuova situazione, un iter molto lungo. Resterebbe poi il terreno nudo con concessione edilizia, ma a cosa servirebbe? Non si sa quale forma di compensazione si potrebbe adottare. Il caso, ricordano gli esperti comunali, finirebbe sotto l’attenzione della Corte di Conti regionale che aprirebbe un’indagine con possibili conseguenze per il Comune. La Giunta Muzzarelli dovrebbe insomma rispondere di una scelta finora quasi sconosciuta presa dalla Giunta Pighi, mentre i costi sarebbero scaricati sulla cittadinanza. Ma è davvero così? Esistono soluzione alternative?
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