Pertosse, stop al batterio ma ripartono le polemiche
di Saverio Cioce
Contagio da un operatore sanitario, per gli adulti infatti non c’è obbligo di vaccino L’Ausl: «Ha funzionato il cordone sanitario predisposto subito dopo l’allarme»
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Il “caso pertosse” registrato all’ospedale di Baggiovara va verso la conclusione. Tutto lascia supporre che i quattro sanitari e i nove pazienti colpiti siano guariti ma le polemiche covano sotto la cenere.
Era un caso che si poteva evitare? L’operatore sanitario che a sua insaputa ha propagato la malattia in corsia, coinvolgendo colleghi e malati ricoverati, ha adottato tutte le precauzioni preventive per evitare questa situazione?
Domande spinose nelle settimane in cui l’Italia si divide con polemiche furiose sull’utilità di moltiplicare i vaccini per i bambini a scuola, come ha imposto con un decreto la responsabile della Sanità, Beatrice Lorenzin.
L’Ausl dal canto suo ha fatto scattare il cordone sanitario come di regola capita quando un batterio comincia a circolare nei reparti. Il portatore è stato identificato, grazie a una collaborazione spontanea, si sono fatti gli esami a tutte le persone con cui è entrato in contatto e chi è stato trovato positivo all’infezione batterica è stato curato immediatamente e isolato per evitare la trasmissione della malattia. Un’operazione, comunque, ritenuta di routine perché di malati e malattie di ogni tipo gli ospedali sono pieni; ma proprio per questo il caso del sanitario che propaga una malattia, oggi evitabile con una vaccinazione preventiva, innesca discussioni accanite, dentro e fuori la struttura sanitaria.
«Va tenuto ben chiaro - spiega un medico modenese - che per gli adulti la vaccinazione contro la pertosse non è obbligatoria. E sino alla metà degli anni Sessanta quelle obbligatorie per l’infanzia erano sostanzialmente quattro: antidfterica, antivaiolosa, antipolio e antitetanica. Nel ’91 si aggiunse quella contro l’epatite virale B. Sino al ’99, quando scattarono i primi meccanismi di esclusione dalle scuole per i non vaccinati, gli italiani erano in buona salute lo stesso. Poi iniziarono campagne di stampa che partivano da singoli episodi, in Italia o all’estero, sulle epidemie, anche quelle di influenza e oggi siamo arrivati alle 10 vaccinazioni per i bambini. Due, dopo l’insurrezione di alcuni governatori, la Lorenzin le ha revocate. Vaccinazioni con il turbo dunque, scavalcando perplessità scientifiche: scelte politiche».
Tra gli addetti ai lavori però si dà per scontato che chi lavora nei reparti più sensibili alle conseguenze delle infezioni, come oncologia, pediatria, ginecologia, osservi regole più severe sulla prevenzione, vaccini compresi. Un codice di autoregolamentazione non scritto ma seguito.
L’Ausl di Modena dal canto suo continua a spingere per le vaccinazioni degli operatori in corsia. Di recente, proprio per effetto dei diktat della Lorenzin, è partito anche un censimento discreto tra tutti i dipendenti. Ovvio che, nei casi in cui non c’è documentazione, si ricorra all’esame del sangue per avere un quadro preciso. Ma qui si fermano gli ordini; gli adulti non possono essere costretti a vaccini non obbligatori.
«Lo ammetto - sospira il presidente dell’Ordine dei Medici di Modena, Nicolino D’Autilia - I miei colleghi, gli infermieri, sono piuttosto refrattari alle vaccinazioni; basti vedere le scarse adesioni per quelli contro le influenze. Più in generale devo dire che noi italiani affrontiamo con impeto questo tema solo quando ci sono le emergenze sanitarie oppure quando si deve partire per vacanze in paesi lontani. Io credo che più in generale sulle malattie infettive occorra una maggiore attenzione, potenziare un raccordo già buono tra gli specialisti nel campo in ospedale e il territorio. Se poi inventassimo soluzioni e spazi nuovi per affrontare meglio i malati e i convalescenti con malattie infettive sarebbe una buona cosa».
Era un caso che si poteva evitare? L’operatore sanitario che a sua insaputa ha propagato la malattia in corsia, coinvolgendo colleghi e malati ricoverati, ha adottato tutte le precauzioni preventive per evitare questa situazione?
Domande spinose nelle settimane in cui l’Italia si divide con polemiche furiose sull’utilità di moltiplicare i vaccini per i bambini a scuola, come ha imposto con un decreto la responsabile della Sanità, Beatrice Lorenzin.
L’Ausl dal canto suo ha fatto scattare il cordone sanitario come di regola capita quando un batterio comincia a circolare nei reparti. Il portatore è stato identificato, grazie a una collaborazione spontanea, si sono fatti gli esami a tutte le persone con cui è entrato in contatto e chi è stato trovato positivo all’infezione batterica è stato curato immediatamente e isolato per evitare la trasmissione della malattia. Un’operazione, comunque, ritenuta di routine perché di malati e malattie di ogni tipo gli ospedali sono pieni; ma proprio per questo il caso del sanitario che propaga una malattia, oggi evitabile con una vaccinazione preventiva, innesca discussioni accanite, dentro e fuori la struttura sanitaria.
«Va tenuto ben chiaro - spiega un medico modenese - che per gli adulti la vaccinazione contro la pertosse non è obbligatoria. E sino alla metà degli anni Sessanta quelle obbligatorie per l’infanzia erano sostanzialmente quattro: antidfterica, antivaiolosa, antipolio e antitetanica. Nel ’91 si aggiunse quella contro l’epatite virale B. Sino al ’99, quando scattarono i primi meccanismi di esclusione dalle scuole per i non vaccinati, gli italiani erano in buona salute lo stesso. Poi iniziarono campagne di stampa che partivano da singoli episodi, in Italia o all’estero, sulle epidemie, anche quelle di influenza e oggi siamo arrivati alle 10 vaccinazioni per i bambini. Due, dopo l’insurrezione di alcuni governatori, la Lorenzin le ha revocate. Vaccinazioni con il turbo dunque, scavalcando perplessità scientifiche: scelte politiche».
Tra gli addetti ai lavori però si dà per scontato che chi lavora nei reparti più sensibili alle conseguenze delle infezioni, come oncologia, pediatria, ginecologia, osservi regole più severe sulla prevenzione, vaccini compresi. Un codice di autoregolamentazione non scritto ma seguito.
L’Ausl di Modena dal canto suo continua a spingere per le vaccinazioni degli operatori in corsia. Di recente, proprio per effetto dei diktat della Lorenzin, è partito anche un censimento discreto tra tutti i dipendenti. Ovvio che, nei casi in cui non c’è documentazione, si ricorra all’esame del sangue per avere un quadro preciso. Ma qui si fermano gli ordini; gli adulti non possono essere costretti a vaccini non obbligatori.
«Lo ammetto - sospira il presidente dell’Ordine dei Medici di Modena, Nicolino D’Autilia - I miei colleghi, gli infermieri, sono piuttosto refrattari alle vaccinazioni; basti vedere le scarse adesioni per quelli contro le influenze. Più in generale devo dire che noi italiani affrontiamo con impeto questo tema solo quando ci sono le emergenze sanitarie oppure quando si deve partire per vacanze in paesi lontani. Io credo che più in generale sulle malattie infettive occorra una maggiore attenzione, potenziare un raccordo già buono tra gli specialisti nel campo in ospedale e il territorio. Se poi inventassimo soluzioni e spazi nuovi per affrontare meglio i malati e i convalescenti con malattie infettive sarebbe una buona cosa».
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