Milani a processo, via Emilia bloccata
Leader dei Si Cobas in udienza per l’estorsione all’Alcar Uno «Giudizio politico». L’azienda: «Per nulla». Corteo in centro
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La prima udienza del processo contro Aldo Milani, leader sindacale dei Si Cobas, resterà nella storia più per quello che accade all’estero del tribunale di Modena rispetto a ciò che avviene davanti al Collegio di giudici, presieduto da Domenico Truppa, affiancato da Tirone e Filippini. Perché se in Aula, dove Milani dovrà difendersi dall’accusa di estorsione, sostenuta dal pm Claudia Natalini, che lo portò in carcere a gennaio dopo l’inchiesta della squadra Mobile della polizia, si assiste alle prime operazioni di istruttoria tra cui la scelta di trascrivere intercettazioni, file audio e video - prossimo appuntamento l’11 ottobre - su via Emilia Centro e corso Canalgrande si notano gli attivisti pro-Milani. Inizialmente non sono più di una ventina che accolgono il loro leader con i cori ormai entrati nella memoria collettiva di chi ha seguito la vertenza, gli scioperi e i picchetti AlcarUno e Global Carni. “Aldo libero” urlano i sostenitori, tenuti sotto osservazione dalla Digos, polizia e carabinieri in assetto anti-sommossa. Ma poco dopo i numeri aumentano a dismisura, toccando quota 300, molti dei quali stranieri, che sfilano su via Emilia, bloccando il traffico ed il passeggio. Sono arrivati da tutto il nord Italia in pullman e sfruttano l’appuntamento dell’udienza per ricompattarsi e portare anche a Modena la vertenza Sda, ormai molto calda. I modenesi osservano incuriositi quella sfilata di bandiere rosse e cercano di capire perché ci sia quella mobilitazione. Aldo Milani osserva la sua “creatura” stando sul camioncino che anticipa il corteo, è il loro leader e sa di avere una forte responsabilità di trattativa e di immagine.
Una consapevolezza che emerge anche all’uscita dalla breve udienza del leader sindacale, affiancato dal suo avvocato, Marina Prosperi: «Abbiamo chiesto e ottenuto la trascrizione dei file perché se nelle carte si scrive “vi do” invece di “ti do” - l’imputato fa riferimento alla famosa busta con 5mila euro, passata dalla famiglia Levoni al consulente Danilo Piccinini, anche lui imputato e che andrà a processo a metà ottobre con rito abbreviato - allora posso anche pensare sia stato fatta apposta. Sono fiducioso? Non posso esserlo perché sono un oppositore di questo Governo e il processo è un processo al sindacato che rappresento piuttosto che alla persona».
Una tesi che viene subito respinta dai legali della parte civile: Cosimo Zaccaria per Alcar Uno e Marco Pellegrini per Global Carni. «Spiace che si cerchi di strumentalizzare - replica Pellegrini - La nostra non è una lotta contro il sindacato o una questione sociale. Il processo è contro una persona».
«Siamo soddisfatti - dice Zaccaria - Sono state ammesse tutte le prove testimoniali di cui era stata chiesta l’esclusione. Abbiamo elementi validi per sostenere quanto già rappresentato all’autorità giudiziaria».
Una consapevolezza che emerge anche all’uscita dalla breve udienza del leader sindacale, affiancato dal suo avvocato, Marina Prosperi: «Abbiamo chiesto e ottenuto la trascrizione dei file perché se nelle carte si scrive “vi do” invece di “ti do” - l’imputato fa riferimento alla famosa busta con 5mila euro, passata dalla famiglia Levoni al consulente Danilo Piccinini, anche lui imputato e che andrà a processo a metà ottobre con rito abbreviato - allora posso anche pensare sia stato fatta apposta. Sono fiducioso? Non posso esserlo perché sono un oppositore di questo Governo e il processo è un processo al sindacato che rappresento piuttosto che alla persona».
Una tesi che viene subito respinta dai legali della parte civile: Cosimo Zaccaria per Alcar Uno e Marco Pellegrini per Global Carni. «Spiace che si cerchi di strumentalizzare - replica Pellegrini - La nostra non è una lotta contro il sindacato o una questione sociale. Il processo è contro una persona».
«Siamo soddisfatti - dice Zaccaria - Sono state ammesse tutte le prove testimoniali di cui era stata chiesta l’esclusione. Abbiamo elementi validi per sostenere quanto già rappresentato all’autorità giudiziaria».
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