Modena. «Ha stuprato mia figlia: quel carabiniere è indegno della divisa»
La mamma della ragazza: «All’inizio volevo vendetta, ha rovinato la vita di nostra figlia: questi traumi non si cancellano»
MODENA. La rabbia, la dignità, i sensi di colpa, la voglia di reagire, di aiutare la figlia a superare un trauma che nessuno mai, neppure le sedute dallo psicologo, potrà oscurare e che continuerà a riemergere all’improvviso, violento, crudo. Sono i sentimenti di una mamma, che ha perso la figlia: perché quella ragazza non esiste più dalla notte in cui sostiene di essere stata vittima di una violenza sessuale da parte di un carabiniere in un locale modenese. Sono passati cinque anni e il processo al militare si avvicina alla conclusione. Ieri per quasi sei ore si sono alternati davanti al collegio di giudici, presieduto da Domenico Truppa, affiancato da Tirone e Filippini, i testimoni di una vicenda avvenuta nel 2012.
Da una parte, come persona offesa, c’è una studentessa che sta faticosamente cercando di riprendersi la propria vita; dall’altra, come imputato, un carabiniere che operava nel modenese, accusato di averla violentata in un bagno al termine di una serata in compagnia. Nel mezzo ci sono genitori e amici preoccupati, choccati da tanta violenza e dalla consapevolezza che la giovane non tornerà più a sorridere come prima, ad avere una vita “normale”, magari con un fidanzato che le voglia bene.
Dubbi che la madre, sollecitata dall’avvocato di parte civile Vincenza Rando, esprime in tutta la sua drammaticità. «Ho saputo tutto quando mio marito mi ha telefonato dall’abitazione dell’avvocato e amica Rando - ricorda - In qualità di donna, di mamma, di cittadina come mi sarei potuta sentire? Inizialmente volevo solo vendetta, speravo che quanto accaduto a mia foglia potesse capitare anche ai figli di quell’uomo, che oggi non voglio guardare e che non chiamerò neppure per nome. Purtroppo so che è una persona che ha approfittato della divisa che indossa in modo indegno, proprio lui che come carabiniere dovrebbe tutelare e difendere i più deboli... Alla rabbia è poi subentrata la razionalità, ho cercato di aiutare mia figlia, di parlarle ma sempre avendo un senso di inadeguatezza: mi sono sentita colpevole di non essere stata in grado di difenderla. Abbiamo deciso di denunciare, di recuperare il vestito con le macchie di sangue che aveva riposto nell’armadio mentre le mutandine le avevo già lavate».
Un senso di colpa che traspare anche dalle parole del padre, forse ancora più provato per quanto accaduto. Sa che la figlia sta male, che lotta per rialzarsi ma con fatica. È cambiata, come racconta anche il suo miglior amico che l’ha ospitata lontano da casa («Un porto sicuro, lontano da quel carabiniere che poteva incontrare per strada»).
Dall’altra parte gli avvocati Fabio Bazzani e Paolo Babboni, che difendono il carabiniere, chiamano a testimoniare un ginecologo che si avventura in analisi di rapporti sessuali e un neurologo che certifica la normale personalità del militare. Poi tocca ai colleghi che quella notte erano con lui. Tutto era partito da una cena di pesce, finita nel locale notturno dove avevano incontrato il gruppo di ragazze che già conoscevano. C’è chi parla di un bacio sul collo dato dalla ragazza al carabiniere, chi smentisce che lui l’abbia trascinata per un braccio verso il bagno e anzi svela momenti di effusioni anche successivi alla presunta violenza e chi ricorda come la giovane gli avesse fatto avance in passato, concluse con un bacio in un bagno quasi a voler lasciare intendere che quanto accaduto quella notte fosse stato un gesto consenziente e abituale. Una tesi che il pubblico ministero, Marco Niccolini, tenta di smontare con veemenza, riportando la giovane nel suo ruolo di vittima e non di ragazza a caccia di avventure per di più con i carabinieri.
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