IL 3 OTTOBRE DI LAMPEDUSA VIVE CON I RAGAZZI DI VITO
Prima di partire Lampedusa nella mia mente richiamava intimamente tre parole. Naufragio. Morte. Solidarietà. Una volta sull’isola ne ho cercato l’anima attraverso ogni singolo lampedusano che...
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Prima di partire Lampedusa nella mia mente richiamava intimamente tre parole. Naufragio. Morte. Solidarietà. Una volta sull’isola ne ho cercato l’anima attraverso ogni singolo lampedusano che incontravo. Ero sola, ma questa voglia, questo bisogno, mi teneva sempre compagnia. A Lampedusa ho visitato luoghi significativi, sono entrata in contatto con persone che senza remore definisco speciali. Speciali per l’impegno, il contributo alla costruzione di una comunità più inclusiva, responsabile e solidale. Antonino Taranto, presidente dell’archivio storico di Lampedusa, punto di riferimento di studiosi e curiosi di tutto il mondo, ma anche di migranti accolti nell’hot spot. Migranti che grazie a lui si sono approcciati – in alcuni casi per la prima e ad oggi unica volta - allo studio dell’italiano. Migranti che grazie al computer che Antonino metteva loro a disposizione hanno potuto dire ai famigliari che erano vivi. Francesco Piobicchi, operatore sociale di Mediterranean Hope presso l’Osservatorio sulla migrazione di Lampedusa, che gira l’Italia svolgendo un importante lavoro di comunicazione sociale attraverso il disegno. Un lavoro che vuole giocare sul terreno dei diritti per tutti e del territorio. Un territorio depurato dalle categorie, oltre le categorie italiani-migranti.
Poi c’è Vito. Vito è un falegname pugliese che da parecchi anni divide la sua vita fra Sesto San Giovanni (Milano) e Lampedusa. Sull’isola ha aperto la gelateria O’ scia – in siciliano “mio fiato” – da molti considerata la migliore della centralissima Via Roma. Il 3 ottobre 2013 era uscito in barca con sette amici per una serata di relax e divertimento che avrebbe dovuto concludersi l’indomani con una battuta di pesca al traino. Si fermò a dormire – insieme agli altri - a meno di mezzo miglio dalla coste di Lampedusa, all’altezza della cala della Tabaccara. Non poteva immaginare quale sorpresa la vita gli avrebbe riservato alle luci dell’aurora. Erano circa le 6.15 quando i primi raggi illuminarono l’orrore: centinaia di corpi galleggiavano in acqua. Alcuni erano solo carne senza vita trasportata dalle onde. La nave di quegli uomini aveva imbarcato acqua ed era già affondata quando Vito e i suoi amici si accorsero per primi della loro presenza. Più tardi si apprese che erano stati in oltre 500, principalmente eritrei, a salpare dal porto libico di Misurata su quel peschereccio di circa 20 metri. Vito fece la prima chiamata alla guardia costiera alle 6.20. Intanto un salvagente dopo l’altro in 47 riuscirono a salire sulla sua barca, la “Gamar”, acronimo delle iniziali dei suoi nipoti. Furono i primi ad essere messi in salvo. I primi dei 155 che sopravvissero a quello che per 368 persone si rivelò l’ultimo viaggio. Quello della morte. 12 persone furono messe in salvo poco dopo da un’altra imbarcazione civile, altre 18 da un peschereccio. La guardia costiera intervenne alle 7.25, un’ora dopo la prima chiamata di Vito, recuperando dal mare 78 persone, vive. Le ultime. Nel suo racconto c’è un particolare che mi ha ripetuto più volte, con un filo di voce: “un’ora dopo”. Perché la narrazione ufficiale è stata e resta un’altra: secondo la Capitaneria di porto la prima chiamata di Vito arrivò alle 7. Digitando “naufragio del 3 ottobre 2013” su Google, nella pagina di Wikipedia si legge “numerosi dubbi, in seguito a testimonianze, vi sono in merito ai tempi di arrivo dei soccorsi da parte della Guardia costiera che apparentemente ha impiegato quasi un'ora”. Io ho ascoltato una di quelle testimonianze, forse la principale. Solo un anno dopo Vito formalizzò la sua denuncia presso l’ufficio dei Carabinieri di Lampedusa, dopodichè venne ascoltato per 5 ore da un magistrato della Procura di Agrigento. Non successe nulla. I 155 superstiti del 3 ottobre, di cui 41 minori, rimasero per un mese a Lampedusa poi furono trasferiti in Sicilia. I primi di dicembre da quel centro di Catania scapparono tutti, appena prima di essere costretti a lasciare le impronte digitali. Per loro significava restare inchiodati in Italia. Oggi quegli uomini sono sparsi in tutta Europa. Dal 2014 ogni 3 ottobre una ventina di quei superstiti tornano per qualche giorno sull’isola. Vito ne ospita sempre quattro a casa sua, lo chiamano Father.
Poi c’è Vito. Vito è un falegname pugliese che da parecchi anni divide la sua vita fra Sesto San Giovanni (Milano) e Lampedusa. Sull’isola ha aperto la gelateria O’ scia – in siciliano “mio fiato” – da molti considerata la migliore della centralissima Via Roma. Il 3 ottobre 2013 era uscito in barca con sette amici per una serata di relax e divertimento che avrebbe dovuto concludersi l’indomani con una battuta di pesca al traino. Si fermò a dormire – insieme agli altri - a meno di mezzo miglio dalla coste di Lampedusa, all’altezza della cala della Tabaccara. Non poteva immaginare quale sorpresa la vita gli avrebbe riservato alle luci dell’aurora. Erano circa le 6.15 quando i primi raggi illuminarono l’orrore: centinaia di corpi galleggiavano in acqua. Alcuni erano solo carne senza vita trasportata dalle onde. La nave di quegli uomini aveva imbarcato acqua ed era già affondata quando Vito e i suoi amici si accorsero per primi della loro presenza. Più tardi si apprese che erano stati in oltre 500, principalmente eritrei, a salpare dal porto libico di Misurata su quel peschereccio di circa 20 metri. Vito fece la prima chiamata alla guardia costiera alle 6.20. Intanto un salvagente dopo l’altro in 47 riuscirono a salire sulla sua barca, la “Gamar”, acronimo delle iniziali dei suoi nipoti. Furono i primi ad essere messi in salvo. I primi dei 155 che sopravvissero a quello che per 368 persone si rivelò l’ultimo viaggio. Quello della morte. 12 persone furono messe in salvo poco dopo da un’altra imbarcazione civile, altre 18 da un peschereccio. La guardia costiera intervenne alle 7.25, un’ora dopo la prima chiamata di Vito, recuperando dal mare 78 persone, vive. Le ultime. Nel suo racconto c’è un particolare che mi ha ripetuto più volte, con un filo di voce: “un’ora dopo”. Perché la narrazione ufficiale è stata e resta un’altra: secondo la Capitaneria di porto la prima chiamata di Vito arrivò alle 7. Digitando “naufragio del 3 ottobre 2013” su Google, nella pagina di Wikipedia si legge “numerosi dubbi, in seguito a testimonianze, vi sono in merito ai tempi di arrivo dei soccorsi da parte della Guardia costiera che apparentemente ha impiegato quasi un'ora”. Io ho ascoltato una di quelle testimonianze, forse la principale. Solo un anno dopo Vito formalizzò la sua denuncia presso l’ufficio dei Carabinieri di Lampedusa, dopodichè venne ascoltato per 5 ore da un magistrato della Procura di Agrigento. Non successe nulla. I 155 superstiti del 3 ottobre, di cui 41 minori, rimasero per un mese a Lampedusa poi furono trasferiti in Sicilia. I primi di dicembre da quel centro di Catania scapparono tutti, appena prima di essere costretti a lasciare le impronte digitali. Per loro significava restare inchiodati in Italia. Oggi quegli uomini sono sparsi in tutta Europa. Dal 2014 ogni 3 ottobre una ventina di quei superstiti tornano per qualche giorno sull’isola. Vito ne ospita sempre quattro a casa sua, lo chiamano Father.
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