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Castelvetro, l’impero dei Chiarli, dove il Lambrusco è sacro

di Stefano Luppi
Castelvetro, l’impero dei Chiarli, dove il Lambrusco è sacro

L’azienda è nata nel 1860 e nella tenuta Cialdini conta 50 ettari di Grasparossa Vengono prodotte e distribuite in tutto il mondo venti milioni di bottiglie l’anno

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CASTELVETRO. Vino naturalmente, ma anche storia del territorio, controllo qualità, beneficenza con una raccolta fondi che ogni anno va alla Casa di Fausta che segue i bambini oncologici. E oggi turismo, soprattutto estero. Sono queste le parole chiave che Anselmo Chiarli, patron della azienda vinicola Cleto Chiarli di Modena e Castelvetro, preferisce trasmettere quando lo si va a trovare nella sua tenuta Cialdini da 50 ettari di Grasparossa, una dell’impero aziendale nato nel 1860, un anno prima dell’Unità d’Italia. I turisti - il 95% stranieri, soprattutto dall’America e dall’Australia - che vanno in visita alla cantina Cleto Chiarli restano estasiati di fronte ai grandi silos di acciaio dove si svolge tutto il procedimento dalla vendemmia alla confezione della bottiglia. Ma quel che avviene alle soglie di Castelvetro è solo una delle attività perché qui si produce solo il vino di maggior qualità: siamo a circa un milione di bottiglie, mentre lo stabilimento di Modena ogni anno ne produce almeno 20 milioni.

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«In questa cantina - spiega Chiarli, quarta generazione in azienda - arrivano 10mila quintali d’uva, solo presa dalle nostre campagne come ormai fanno in pochi. E ricordo che i lambruschi, vino importante con però una caratterizzazione meno nota rispetto ai prodotti di Umbria, Friuli, Brescia, sono forse l’unico vitigno autoctono». Il visitatore entra nella casa padronale, contornata da ettari ed ettari di vitigno e accede in un’area di accoglienza dove si assaggia e si possono comprare le bottiglie nello spaccio. «Questa zona - spiega il proprietario - è piuttosto nuova, abbiamo anche tre camere da letto che però non abbiamo mai utilizzato. Abbiamo una saletta per le degustazioni, dedicata al generale Salvini, un personaggio storico nato qui. A richiesta organizziamo anche pranzi con prodotti legati al territorio».

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Il cuore dell’azienda - l’area dei giganteschi contenitori in acciaio dove il grappolo d’uva si trasforma in vino che poi va ai quattro angoli del mondo - fa impressione. Decine di alti contenitori da 22mila litri dove il mosto viene mantenuto a zero gradi grazie alla presenza di azoto, poi quelli più piccoli dove il vino riposa prima di intraprendere il viaggio interno che lo porterà alla bottiglia. «Al vino qui a Castelvetro diamo un’identità precisa e siamo arrivati in questo posto a tempo debito: la prima annata è stata nel 2001 dopo decenni di attività a Modena in campagna. Siamo una cantina recente».

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L’uva dai vigneti - dove si vendemmia a macchina con qualche bel grappolo che resta attaccato come si è notato ieri - arriva in un cortile e finisce nella tramoggia, macchinario che pigia e toglie le graspe rimaste attaccate. Tramite tubi il mosto viene sottoposto a un abbassamento della temperatura ed entra nei serbatoi dove avviene la macerazione di mosto e buccia a freddo. Poi c’è il filtraggio e il passaggio appunto nei contenitori più “piccoli” che poi porterà alle bottiglie. «Con una cantina così - termina Anselmo Chiarli - abbiamo direttamente il controllo della raccolta e seguiamo tutte le fasi con minimi trasferimenti. Il lambrusco è un vino delicato, che va consumato al massimo entro i due anni per carpirne la freschezza e gli aromi. Certo è un organismo fragile e va trattato bene».
 

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