«All’inizio mangiavamo rettili»
Casolari: «Mio padre arrivò povero e si adattò». Ma le crescentine restarono...
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PAVULLO. I frignanesi del Venezuela ricordano i momenti duri di un’emigrazione sofferta. Un’integrazione non scontata. Nipote di un falegname e figlio di un piccolo imprenditore, la famiglia di Valter Casolari è partita in nave da Genova all’inizio degli anni 50 alla volta di Caracas. «Un viaggio massacrante di 20 giorni, in condizioni di miseria, mio padre era appena adolescente», racconta. «Ricordo che uno dei primi incarichi di lavoro di mio padre fu quello di costruire dei piccoli edifici nel cuore dell’Amazzonia venezuelana. Andò con altri lavoratori italiani, era la giungla e dopo aver faticato tutto il giorno, si sono lavati nel fiume e si sono messi a tavola. Una grossa signora nera mescolava un calderone che profumava di verdure ma il brodo era insaporito anche da una tartaruga intera che galleggiava al centro del pentolone! Molti colleghi di mio padre si sentirono male. Il primo giorno non mangiarono ma il secondo si adeguarono subito al menù. Fino alla sua morte mio padre parlava con entusiasmo di spiedini di serpente, di zuppa di tartarughe», dice Valter Casolari che distingue fra le migrazioni di ieri e di oggi. «Lo spirito di adattamento e l’umiltà non mancavano fra gli italiani espatriati, si trattava di uno spostamento di popolazione regolata da convenzioni bilaterali, un’emigrazione richiesta rispetto a quella attuale, tutto sommato imposta e ingestibile», puntualizza Casolari. Secondo i frignano-venezuelani le similitudini fra la loro ondata migratoria e quella mediterranea si ferma all'aspetto economico. «Eravamo sicuramente poveri come loro lo sono adesso. Ma siamo davanti a popolazioni con una cultura diversa, con abitudini opposte, mentre mio padre mangiava i rettili nella foresta amazzonica», chiosa Casolari.
«Noi italiani ci siamo adattati anche perché c'era un’omogeneità culturale di base, ovvero il cattolicesimo e la lingua neo-latina in comune», aggiunge Odilia Quattrini. I pavullesi del Venezuela hanno mantenuto le loro tradizioni nonostante il contesto tropicale e un oceano di distanza. «Crescentine e gnocco fritto non sono mai mancati a casa nostra», ricorda Angela Arboresi. «Neanche il panettone e i tortellini a Natale», aggiunge Casolari.
«Con il tempo ci sono state però contaminazioni culinarie come l'avocado nel sugo per la pasta o il platano fritto come contorno. Sospesi fra due culture, mangiavamo il cotechino ma anche l’hallaca (un arrosto sudamericano, ndr)», dice Odilia Quattrini. (gae.gas.)
«Noi italiani ci siamo adattati anche perché c'era un’omogeneità culturale di base, ovvero il cattolicesimo e la lingua neo-latina in comune», aggiunge Odilia Quattrini. I pavullesi del Venezuela hanno mantenuto le loro tradizioni nonostante il contesto tropicale e un oceano di distanza. «Crescentine e gnocco fritto non sono mai mancati a casa nostra», ricorda Angela Arboresi. «Neanche il panettone e i tortellini a Natale», aggiunge Casolari.
«Con il tempo ci sono state però contaminazioni culinarie come l'avocado nel sugo per la pasta o il platano fritto come contorno. Sospesi fra due culture, mangiavamo il cotechino ma anche l’hallaca (un arrosto sudamericano, ndr)», dice Odilia Quattrini. (gae.gas.)
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