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«Ecco qual è la strada per una Regione che vuole crescere»

di Davide Berti
«Ecco qual è la strada per una Regione che vuole crescere»

Il governatore: «I referendum? Solo pubblicità elettorale Dividere Emilia e Romagna? Una boiata pazzesca...»

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I venti di indipendenza soffiano anche in Italia, senza tirare in ballo la crisi spagnola. Il 22 ottobre due regioni, il Veneto e Lombardia, andranno al referendum con due quesiti analoghi nella sostanza ma non coincidenti, per chiedere maggiore autonomia. Non si arriverà a nuove regioni a statuto speciale, ma la dichiarazione di indipendenza è chiara.

L’Emilia Romagna ha scelto una strada diversa. Martedì in aula l’assemblea legislativa ha approvato una risoluzione che impegna il presidente Stefano Bonaccini “ad avviare il negoziato con il Governo ai fini dell’intesa prevista dall’articolo 116, comma terzo, della Costituzione”, che consente l’attribuzione alle Regioni a statuto ordinario di ulteriori “forme e condizioni particolari di autonomia” attraverso una legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta, sulla base di un’intesa fra il Governo e la Regione interessata.

Presidente Bonaccini, come nasce l’idea?

«Dalla convinzione che fatta salva l’unità della nazione, che per noi è sacra, sia venuto il tempo che le regioni che dimostrano di avere i conti in ordine e sono virtuose vengano premiate, consentendoci di trattenere parte della fiscalità trasferita a Roma per gestire in autonomia alcune funzioni. Perché sapremmo molto bene come e dove spendere quelle risorse».

È una richiesta in stile “statuto speciale”?

«Noi chiediamo maggiore autonomia rispettando pienamente la Costituzione Italiana, attraverso l’articolo 116. La richiesta sbandierata da parte di Veneto e Lombardia di diventare Regioni a Statuto Speciale non è possibile, ne è contenuta nel quesito referendario, anche perché per richiederla bisognerebbe cambiare la Costituzione Italiana. Dunque di che parliamo? Posto che a mio parere le Regioni a statuto speciale andrebbero ridotte non aumentate».

Quali potranno essere concretamente i benefici per i cittadini e in quali settori?

«Noi chiediamo maggiore autonomia per alcune competenze specifiche: lavoro e formazione professionale; sostegno alla ricerca, all’innovazione e alle imprese; tutela dell’ambiente e del territorio; tutela della salute. Ad esempio rafforzando una rete di politecnici per la formazione tecnico-professionale, oggi che le imprese faticano a trovare alcune figure qualificate e specializzate; oppure la possibilità, in sanità, di una rimodulazione più equa dei ticket, così come avere certezza degli investimenti per i prossimi anni».

Dopo l’approvazione dell’aula quali tempi vi siete dati?

«Intanto ho apprezzato che parte delle opposizioni, Forza Italia e Altra Emilia-Romagna si siano astenute come segnale di apprezzamento verso il tentativo che abbiamo messo in campo. Così come importantissimo è stato il sostegno unanime che è venuto da tutte le parti sociali e dai presidenti di Provincia. Subito dopo il via libera ho chiamato Palazzo Chigi per chiedere un incontro al Presidente del Consiglio che mi auguro avvenga il prima possibile per avviare il confronto tra Regione e Governo».

Non crede che così facendo il Paese si divida ulteriormente in regioni di serie A e di serie B?

«Questo avverrebbe se le Regioni più ricche pretendessero di fatto la secessione fiscale. Invece il percorso che abbiamo scelto è indicato proprio dalla Costituzione perché consente, se virtuosi, di indicare precisamente quali ulteriori competenze chiedi di gestire direttamente trattenendo alla fonte parte delle risorse destinate a Roma. Parte, non tutto. Noi siamo convinti che quella parte sapremmo bene come spenderla e se cresce ancora più velocemente l’Emilia-Romagna cresce più velocemente anche l’Italia».

Cosa pensa della richiesta di scissione tra Emilia e Romagna fatta dalla Lega?

«A me pare dunque una proposta surreale. Ma è la conferma che la Lega ha gettato la maschera e dell’autonomia interessa ben poco e brandisce questa occasione per provare a dividere, separare, alzare muri. Siamo la Regione prima nel Paese per crescita, per tasso di attività e per export. La disoccupazione è scesa dal 9% al 6.4%. Se questi risultati sono possibili e ci fanno essere competitivi con i territori più avanzati d’Europa e del mondo è perché da Piacenza a Rimini mettiamo assieme tali eccellenze che possiamo battere chiunque. Divise sia Emilia che Romagna sarebbero entrambe più deboli. Per dirla come Fantozzi, una boiata pazzesca».

Non ha mai pensato di proporre un referendum come in Lombardia e Veneto?

«Avremmo speso 20 milioni di euro del bilancio a mio parere inutilmente. Perché il referendum Lombardo e Veneto è solo consultivo, ma soprattutto chiede unicamente se i cittadini sono d’accordo a richiedere più autonomia. Che è un po’ come chiedere se vuoi bene a tua mamma. Io voterei ovviamente Si. Ma un minuto dopo il referendum sia Lombardia che Veneto dovranno fare quello che stiamo facendo noi, cioè indicare per quali competenze richiedi di trattenere risorse per gestirle direttamente. Io penso che scelgano la strada di un tentativo di plebiscito da spendere politicamente e per altri fini a pochi mesi dalle elezioni politiche».



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