Maestra, lo sappiamo: tu vuoi sembrare Cappuccetto Rosso
di Monica Tappa
Basma Aissa è nata in Marocco, cresciuta a Modena: ora è insegnante di sostegno Portando il velo: “Agli adulti devo spiegare, ai bimbi no: chiedono, ma sorridono”
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“Tu vuoi assomigliare a Cappuccetto Rosso!” afferma convinto un bambino, dopo aver osservato a lungo l’adulto che ha davanti, sgranando gli occhioni con quell’espressione tipica di chi sta pensando “ah ah! adesso ti ho scoperto”… “Hai una crema abbronzante autoprotettiva autoabbronzante incorporata” gli fa eco una bambina, con lo stesso sguardo e la stessa convinzione.
Questo dialogo è reale, è accaduto davvero. Quei bambini stavano guardando e parlando con una maestra. Sì, sì. E’ una insegnante in carne e ossa quella che secondo loro vorrebbe essere la protagonista di una fiaba ed è sempre lei che vedono dotata di una crema magica, quasi fosse una supereroina.
La maestra si chiama Basma Aissa, è nata in una terra satura di sole, cielo, polvere, vento e spezie, in Marocco, ma è arrivata qui a Modena a tre anni, con i suoi genitori. Qui ha frequentato la scuola materna, e anche quella elementare. E pure le medie, le superiori e l’università. Si è laureata a Bologna, fa l’insegnante. Si occupa, prevalentemente, di sostegno.
Ha gli occhi scuri, usa gli occhiali, la sua voce ha la cadenza rotonda, morbida e piena di queste terre, anche se con una dolcezza che sembra un canto, mentre parla.
Cosa la caratterizza? E’ che anche a scuola indossa il hijab, il velo islamico che copre i capelli e le spalle di molte donne mussulmane. Li indossa un “cappuccio” – così lo chiamano alcuni bimbi – e quel copricapo li ispira, li incuriosisce, li porta a fare domande. Sicuramente non li spaventa.
“I bambini sono molto curiosi – dice – ma vanno oltre ciò che vedono con gli occhi, piuttosto hanno bisogno di risposte essenziali, è quello che gli dai, che gli comunichi, che gli interessa. E a volte forniscono spiegazioni verosimili, altre estremamente fantasiose. Mi fanno ridere tantissimo, ridiamo tantissimo assieme. Sul colore della pelle, la mia ad esempio tende all’olivastro, possono inventarsi lì per lì una spiegazione come quella della crema. Per il fatto che indosso sempre il velo alcune bambine mi hanno chiesto se lo faccio perché non sono mai andata dal parrucchiere. Oppure se lì sotto i capelli ci siano davvero, di che colore siano. Li affascina anche solo quando racconto che sono nata in un paese lontano e lì le donne si vestono così… I più grandi – continua – fanno domande più specifiche, più precise. Alcuni hanno messo in relazione me e le suore cattoliche. Osservano, chiedono, si informano”
“Un po’ diverso – racconta – il rapporto con gli adulti. E’ accaduto infinite volte che io abbia dovuto spiegare quando arrivavo a scuola che no, non ero la mamma di uno dei bambini, e che non ero neppure la sorella di uno dei bambini e che no, grazie, non ero nemmeno arrivata lì in quel luogo per sapere quando e se ci fossero le lezioni di italiano per stranieri. Dover spiegare che ero la maestra di sostegno, io. Non posso dire, in generale di essere stata male accolta. E’ che quasi nessuno pensava potessi essere una maestra, semplicemente”.
“Lavorare sull’inclusione e con la disabilità, con persone che non usano i normali canali di comunicazione, è una sfida continua – afferma sorridendo - io che sono cresciuta a cavallo di due culture, di due lingue, mi reputo fortunata. Qualcuno lo definisce decentramento cognitivo. Io so che è come se avessi le password per comprendere e lavorare con persone diversamente abili. In fondo io stessa ho vissuto sulla pelle quell’essere guardata come “diversa” dagli altri, per quanto perfettamente integrata. A partire dal fatto che invece di guardare il velo o pensare alla mia religione ci si dimenticasse che a scuola, principalmente, si era principalmente, semplicemente, colleghi. Una volta - conclude - in classe vestita da Cappuccetto Rosso ci sono andata. E la reazione è stata: hai visto che avevo ragione?”.
Foto in alto: © Tom Schamp, “Fino al Cielo”, Beisler Editore, 2017.
Questo dialogo è reale, è accaduto davvero. Quei bambini stavano guardando e parlando con una maestra. Sì, sì. E’ una insegnante in carne e ossa quella che secondo loro vorrebbe essere la protagonista di una fiaba ed è sempre lei che vedono dotata di una crema magica, quasi fosse una supereroina.
La maestra si chiama Basma Aissa, è nata in una terra satura di sole, cielo, polvere, vento e spezie, in Marocco, ma è arrivata qui a Modena a tre anni, con i suoi genitori. Qui ha frequentato la scuola materna, e anche quella elementare. E pure le medie, le superiori e l’università. Si è laureata a Bologna, fa l’insegnante. Si occupa, prevalentemente, di sostegno.
Ha gli occhi scuri, usa gli occhiali, la sua voce ha la cadenza rotonda, morbida e piena di queste terre, anche se con una dolcezza che sembra un canto, mentre parla.
Cosa la caratterizza? E’ che anche a scuola indossa il hijab, il velo islamico che copre i capelli e le spalle di molte donne mussulmane. Li indossa un “cappuccio” – così lo chiamano alcuni bimbi – e quel copricapo li ispira, li incuriosisce, li porta a fare domande. Sicuramente non li spaventa.
“I bambini sono molto curiosi – dice – ma vanno oltre ciò che vedono con gli occhi, piuttosto hanno bisogno di risposte essenziali, è quello che gli dai, che gli comunichi, che gli interessa. E a volte forniscono spiegazioni verosimili, altre estremamente fantasiose. Mi fanno ridere tantissimo, ridiamo tantissimo assieme. Sul colore della pelle, la mia ad esempio tende all’olivastro, possono inventarsi lì per lì una spiegazione come quella della crema. Per il fatto che indosso sempre il velo alcune bambine mi hanno chiesto se lo faccio perché non sono mai andata dal parrucchiere. Oppure se lì sotto i capelli ci siano davvero, di che colore siano. Li affascina anche solo quando racconto che sono nata in un paese lontano e lì le donne si vestono così… I più grandi – continua – fanno domande più specifiche, più precise. Alcuni hanno messo in relazione me e le suore cattoliche. Osservano, chiedono, si informano”
“Un po’ diverso – racconta – il rapporto con gli adulti. E’ accaduto infinite volte che io abbia dovuto spiegare quando arrivavo a scuola che no, non ero la mamma di uno dei bambini, e che non ero neppure la sorella di uno dei bambini e che no, grazie, non ero nemmeno arrivata lì in quel luogo per sapere quando e se ci fossero le lezioni di italiano per stranieri. Dover spiegare che ero la maestra di sostegno, io. Non posso dire, in generale di essere stata male accolta. E’ che quasi nessuno pensava potessi essere una maestra, semplicemente”.
“Lavorare sull’inclusione e con la disabilità, con persone che non usano i normali canali di comunicazione, è una sfida continua – afferma sorridendo - io che sono cresciuta a cavallo di due culture, di due lingue, mi reputo fortunata. Qualcuno lo definisce decentramento cognitivo. Io so che è come se avessi le password per comprendere e lavorare con persone diversamente abili. In fondo io stessa ho vissuto sulla pelle quell’essere guardata come “diversa” dagli altri, per quanto perfettamente integrata. A partire dal fatto che invece di guardare il velo o pensare alla mia religione ci si dimenticasse che a scuola, principalmente, si era principalmente, semplicemente, colleghi. Una volta - conclude - in classe vestita da Cappuccetto Rosso ci sono andata. E la reazione è stata: hai visto che avevo ragione?”.
Foto in alto: © Tom Schamp, “Fino al Cielo”, Beisler Editore, 2017.
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