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Modena

Villa Igea, 80 anni di cure per i malati psichiatrici

di Saverio Cioce
Villa Igea, 80 anni di cure per i malati psichiatrici

Nel 1937 tre medici crearono la prima casa di cura privata e specializzata Dai primi 50 posti sino ai 297 di oggi. Il dott. Neri: «Un nuovo reparto per giovani»

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Di quel progetto iniziale, che divenne realtà nel 1937 con la costruzione del primo padiglione di Villa Igea, oggi sono davanti a tutti i risultati di ottant’anni di lavoro in uno dei campi più di difficili della medicina.

Da sempre a Modena il nome della casa di cura privata è stata associata ai matti e alle cure per evitar loro conseguenze peggiori. A due passi della via Giardini e con una vicina fermata della ferrovia per Sassuolo, Villa Igea nacque dalla collaborazione tra tre medici specializzati. Corrado Delfini era aiuto universitario presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali a Modena, mentre Dino Costa e Luigi Ponzoni erano specializzati in neurologia. Arrivavano dalla provincia modenese ma avevano studiato sotto la Ghirlandina . Anche se giovani, avevano passato i trent’anni e uno solo ne aveva 40, decisero che la situazione di minorazione organizzativa in cui versava Modena in campo psichiatrico doveva essere superata.

Di qui la scelta di allestire una struttura dedicata anche perchè da sempre la Provincia pagava fior di quattrini per portare i suoi pazienti a Reggio Emilia, dove sin dai primi decenni dell’800 il duca aveva fatto costruire un ospedale specializzato così come stavano sorgendo nel resto d’Europa.

Che le malattie mentali fossero come le altre e potessero essere curabili, entro certi limiti e con farmaci appropriati, non era proprio scontato neanche nell’Italia in cui era appena finita la guerra d’Etiopia. Ma quelli erano anche gli anni in cui, nel silenzio del regime, era esploso il numero dei malati di mente registrati nelle strutture ospedaliere: dai 40 mila del 1905 ai 96.500 del 1941. A Modena la prima autorizzazione per il ricovero di 16 malati di mente “tranquilli”, ovvero quelli che fino a quel momento erano inviati a S.Giovanni in Persiceto a spese della provincia. La mano pubblica si attivò da subito con una convenzione su misura per la neonata casa di cura che all’epoca era a cinque km di distanza dal centro abitato e aveva, come oggi, una vicina fermata della ferrovia Modena-Sassuolo. I primi pazienti arrivarono alla spicciolata nei primi mesi del 1938: giusto il tempo della prima organizzazione e arrivò la guerra. Nel frattempo sempre la Provincia aveva autorizzato altre 40 degenze, metà maschi e metà femmine, che erano stati dirottati in istituti della Toscana.

L’esperienza modenese di strutture aperte, lontane dalla reclusione di reparti che avevano solo misure di condizioni, era stata sperimentata per iniziativa del dott. Gardini a Casinalbo ma il problema era sempre quello economico e Modena continuava a portare i suoi malati là dove trovava posto.

Ma fu nel dopoguerra che iniziò la lunga marcia di Villa Igea verso nuovi padiglioni, nuove convenzioni che ebbero la svolta con la riforma Basaglia prima e con l’apertura verso centri semiresidenziali e strutture parzialmente aperte.

La differenziazione tra i reparti, anche fisicamente, dipende anche dal tipo di disturbi psichiatrici, che oggi comprende anche la riabilitazione neurologica dopo gli incidenti più gravi. L’accreditamento con il servizio sanitario nazionale non è mai venuto meno e oggi arriva a 297 posti.

«Non è un caso - spiega il direttore sanitario, Giovanni Neri - se nel convegno dei prossimi giorni toccheremo anche il tema dei minori. Prima si intercettano i disturbi, e l’adolescenza è il campo di battaglia di questi problemi, e migliori sono i risultati delle cure».



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