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Ponte Alto, discarica di veleni da bonificare

Ponte Alto, discarica di veleni da bonificare

Il piano dell’Arpa all’Immobiliare proprietaria dell’area: coperture con edifici, asfalto e un boschetto

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Sotto i terreni di Ponte Alto c’è una bomba chimica di dimensioni enormi, che deve essere disinnescata subito, portando via almeno i terreni che sono inzuppati di veleni, dal mercurio al boro, dal nichel al cobalto fino a una profondità di 10 metri.

È questa la conclusione a cui è giunta l’Arpa dopo una serie di analisi compiute in seguito alle indagini della magistratura per un area di 18 mila metri quadrati, giusto a fianco del Secchia e dove è sorto il megainsediamento per la Festa dell’Unità, oggi sede delle feste Pd.

Il documento è firmato dall’Arpa di Modena e l’Agenzia regionale per l’ambiente detta anche le condizioni alla società che è proprietaria dell’area per rendere di nuovo utilizzabile il sito inquinato.

I proprietari in questione, ovvero l’Immobiliare Ponte Alto Spa, hanno chiesto e ottenuto il disco verde per costruire in quella zona a fianco della tangenziale, grande come 36 campi di calcio, opere edilizie di vario tipo. Meno degli 800-900 appartamenti di cui si parlava sottovoce giusto sei anni fa, quando scoppiò il bubbone della gigantesca discarica illegale interrata alle porte della città.

L’interpellanza presentata in Comune dalla consigliera Eugenia Rossi (Italia dei Valori) chiedeva conto delle manovre immobiliari su un’area che doveva ancora essere bonificata accuratamente. Una previsione inevitabilmente profetica visto che l’Arpa, in una relazione fitta di prescrizioni, per 15 pagine scrive quello che è stato richiesto dalla Immobiliare Ponte Alto e quello che è stato autorizzato.

In buona sostanza c’è il via libera per tutto, approvando il “Progetto di messa in sicurezza permanente con la rimozione selettiva del terreno contaminato” . In pratica la spesa è meno della metà di altri sistemi di bonifica integrale: 550 mila euro contro 1 milione e 166 mila euro. Di qui la scelta di creare un isolamento con le “palancole”, una barriera metallica a incastro, sino quasi a 10 metri di profondità, di portar via la parte superiore di terra per farla sostituire con altra non inquinata e infine si potrà costruire da una parte un grande parcheggio a fianco di strutture produttive e a fianco, nella zona agricola debitamente recintata e con cartelli, si pianteranno alberi.

Questo dunque il punto finale di una vicenda che vede da un lato la discarica dei veleni che viene letteralmente coperta da asfalto e cemento, oppure bloccata con un boschetto dove non sarà costruito (per ora).

La relazione scritta a suo tempo dal geologo Gemelli per l’impresa costruttrice era molto chiara; i carotaggi eseguiti dimostravano che anche in profondità il terreno era zuppo di inquinanti tossici. Lo studio fu recapitato all’ambientalista Emilio Salemme che lo girò, per conto di Lac, Wwf e Legambiente sul tavolo del Procuratore della Repubblica Vito Zincani. Quest’ultimo scelse di occuparsi personalmente del caso e tra le altre cose si cercò di accertare provenienza e responsabilità di quelle tonnellate di veleni, sotterrati di fianco al Secchia, giusto sopra le falde acquifere di pertinenza della città.

Missione fallita. Gli accertamenti non hanno potuto identificare chi ha riempito l’ex cava di argilla dell’ex fornace con i veleni. Su quell’area, passata di mano quattro volte con l’acquisto della Sim (l’immobiliare che operava per l’ex Pci e poi arrivata in dote al Pd) per 3,7 milioni e rivenduta per più di 9 milioni, restano i progetti immobiliari.

Saverio Cioce

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