Modena, Fabrizio Croci: maestro del bello Pietre e metalli per scolpire sogni
«In 30 anni ho realizzato circa 7mila modelli personon un guanto da soldato medievale»
Nato a Tortona, cresciuto tra Sanremo e Valenza, Fabrizio Croci trova la propria dimensione di artigiano orafo all’ombra della Ghirlandina. «Misi piede per la prima volta all’istituto Benvenuto Cellini, la scuola di oreficeria di Valenza, mentre frequentavo l’ultimo anno delle medie. Fu un colpo di fulmine. Decisi che quella sarebbe stata la mia scelta. E in men che non si dica mi innamorai di questo mestiere». Un mestiere, di fatto un’arte, che all’abilità manuale unisce spiccata intelligenza emotiva ancor prima che profonda sensibilità estetica. E di cui Fabrizio, forte di tre decenni di esperienza, è mirabile maestro. «Una volta diplomato conobbi un giovane modenese. Il mio primo incarico da Blondi, storica gioielleria fondata nel 1897, lo ottenni grazie a lui».
Dal 1994 il laboratorio di Fabrizio è emblema di quel saper fare artigiano che merita tutela ad oltranza. E che invece rischia di soffocare sotto il peso dell’indifferenza. Vicolo Caselline, civico 13. Siamo nel cuore antico di Modena. «Questa via è diventata una discarica comunale. Il che, come è facile intuire, disincentiva in modo drammatico il passaggio. Io continuo a lavorare perché con la maggior parte dei miei clienti coltivo ormai da tempo un rapporto di reciproca fiducia. Temo però di non poter resistere ancora a lungo. Da un paio di anni sto cercando altrove. Ma al di là degli innegabili vantaggi che una zona gestita in modo più responsabile è in grado di offrire, spostarsi significa fare i conti con i muri eretti dalla burocrazia. Soltanto i controlli sulla licenza richiedono mesi. Mi auguro che la ristrutturazione di Piazza Matteotti possa tradursi in un’occasione di riscatto».
Classe 1967 Fabrizio è un campione di tenacia. Minuto eppure fortissimo macina chilometri in compagnia di Kelly e Filippo, i suoi fedeli amici a quattro zampe. «Abito a Nonantola. Spesso, con i miei cani al seguito, raggiungo il centro di Modena a piedi. Una passeggiata di due ore e mezza». Semplice come bere un bicchiere d’acqua per chi, dopo aver scalato montagne e conquistato vette - «negli anni Ottanta mi iscrissi al CAI» - oggi è un ultratrail runner, ovvero un uomo che corre senza limiti nella natura. Natura d’alta quota. E quando le gambe restano ferme, sono le sue sapienti mani a preservare anima e corpo in moto perpetuo. Osservarle mentre creano da zero un oggetto prezioso è un privilegio. «Sono considerato un modellista. Parto infatti da modelli realizzati perlopiù in cera ma anche in ottone, legno, rame… Dipende dal risultato finale che si vuole ottenere. Quanti modelli ho collezionato nel corso della mia attività? Una serie infinita. Qui ne conservo circa settemila».
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Ed ecco che, concessa una rara tregua alle proprie mani, il nostro ospite ci mostra alcuni pezzi dell’esercito dei settemila. “Ovunque il tuo sguardo si posi trova qualcosa da vedere” recita il Talmud. E il tuo naso qualcosa da annusare, aggiungiamo noi alle prese con l’usta della creazione. Un profumo di cera calda. «Nel calco in silicone inietto la cera che, ricoperta di gesso, una volta messa in forno fonde. Di fatto scompare. Motivo per cui questo tipo di lavorazione viene definita a cera persa. A questo punto lo scavo di gesso è pronto ad accogliere il metallo. Rispetto all’oro l’argento risulta più tenero. Caratteristica che permette una maggiore libertà di azione. L’argento è un materiale che garantisce una buona dose di divertimento».
Custode di un’attitudine al fare di antica memoria capace di ammaliare anche i più giovani - «nonostante abbia solo dieci anni mia figlia pare intenzionata a seguire le mie orme. Ma visti i chiari di luna le ho suggerito di trovare una strada alternativa» - il maestro orafo di vicolo Caselline non disdegna il supporto di soluzioni tecnologiche al passo con i tempi. «Lavoro anche in prototipazione. Ho seguito un corso di tre anni per imparare a usare il CAD, Computer Aided Design, con cui disegno l’oggetto». Ma chi sono i clienti di Fabrizio Croci e quali sono i gioielli più gettonati? «Le persone che frequentano il mio laboratorio, uomini e donne a pari merito, hanno un’età compresa tra i quaranta e i sessant’anni. Finché lavoravo gomito a gomito con i ragazzi di Manao Tupapau, il negozio di tatuaggi al civico 19 di vicolo Caselline, di riflesso potevo contare anche su una clientela ancora imberbe. Non avete idea di quanti anelli con i teschi ho venduto in quel periodo! Da quando Manao è migrato altrove di giovani ne vedo pochi. Detto ciò anelli e ciondoli restano in cima alla classifica delle richieste. Se mi capita di realizzare strani oggetti? Succede. Ricordo che per un dj di Riccione creai un collare a strozzo in argento con il gancio per il guinzaglio. Nulla, in termini di difficoltà e dettagli, rispetto al guanto da soldato medievale che mi commissionò un altro cliente. Costruire parte di un’armatura è di per sé complicato, se poi si tratta del guanto di un cavaliere l’impegno rischia di diventare duplice. Deve calzare a pennello altrimenti piegare le dita della mano risulta impossibile. Una sfida interessante. Soprattutto per chi, al pari del sottoscritto, subisce da sempre il fascino di quell’epoca».
Una fascinazione ribadita dal nome di battesimo dei pargoli di Fabrizio, il sedicenne Riccardo e la giovanissima Ginevra, ma anche dall’insegna che identifica il suo laboratorio: Parsifal, il puro di cuore. Ovvero l’unico cavaliere della Tavola Rotonda cui fu concesso di vedere il santo Graal. Anche Fabrizio è un puro di cuore. «È solo questione di etica professionale. Che deve essere sempre difesa. A costo di dire no. Un esempio? Alla fine degli anni Novanta, momento d’oro per gli artigiani del mio settore, è capitato più di una volta che personaggi ambigui mi chiedessero di sostituire i diamanti incastonati nei gioielli con zirconi di scarso valore. Ho sempre risposto con un secco rifiuto. Le motivazioni a monte di simili richieste? Ad essere sincero non ho mai voluto indagare».
«Il centro? Ormai un Bronx»
Dopo 20 anni dovrò lasciare via Caselline, qui non si vive più
«Pago l’affitto in vicolo Caselline da oltre vent’anni. Arrivato a questo punto ho deciso di cercare altrove. Nonostante le difficoltà che tale scelta comporta vorrei infatti comprare in un’altra zona. Non lo dico certo a cuor leggero: amo il centro storico di Modena. Negli ultimi anni però la situazione è precipitata. Il retro della chiesa di San Giovanni Battista, angolo dove affaccia il mio laboratorio, è stato trasformato in una vera e propria discarica. I vetri e le numerose bottiglie rotte impediscono persino di passare con i cani. Il rischio che possano ferirsi è elevato. Inoltre le persone che ciondolano qui di fronte, spesso impegnate a bere e a drogarsi, utilizzano i muri della chiesa come bagno pubblico. Questa via ormai è un luogo da evitare. Chi ha un’attività commerciale nei dintorni ha interpellato l’amministrazione comunale più volte. Senza apprezzabili risultati. Anche la richiesta di un’illuminazione notturna degna di questo nome è caduta nel vuoto. Danni al negozio? Più che altro causati da parcheggiatori distratti e maleducati. È capitato che, con una manovra sbagliata, qualcuno mi sfondasse la serranda. Per poi darsi alla macchia».
L’amarezza di Fabrizio Croci si è trasformata in esasperazione. Ciò non toglie che continui a tenere duro conservando un barlume di speranza. «Durante l’estate sono iniziati i lavori di ristrutturazione di Piazza Matteotti. Non so se la situazione potrà migliorare. Lo spero. Vorrei solo che non si rivelasse l’ennesima occasione sprecata».
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