Musica e parole: le tribù del rap made in Modena
I collettivi o crew, il locale cult, la filosofia «Ma che fatica emergere in questa città»
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MODENA Portano tutti degli alias: Ragan Munda, Elefante, Nameless, Sabre, Yogore, Krazie Prev, Ticky B., Moris, Frank Macro, Granmaster Angel. Sono tutti residenti a Modena e provincia, ma di origini varie: peruviani, arabi, venezuelani. Hanno fra i 20 e i 35 anni e sono le vecchie glorie e le nuove leve dell'hip hop locale.
Fra di loro usano l'appellativo “fratello” e “sorella” perché coltivano un senso di comunità sincero, gli anziani aiutano gli imberbi a comporre versi e a gestire i vinili sui piatti. I loro testi sono impegnati, parlano di ingiustizia sociale, di razzismo, di bullismo. Si radunano in collettivi dall'organico variabile e si ritrovano nei parchi, nelle piazze, nei pub, nei centri sociali. Una scena di maschi in cui le ragazze stentano a trovare spazio.
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Padrino della comunità hip hop modenese è il 33enne vignolese Angelo Uguzzoni, aka Grandmaster Angel (Gma), in ossequio a Grandmaster Flash, storico pioniere dell'hip hop newyorchese. Gma è il fondatore di una delle più antiche “crew” (collettivi rap) di Modena: gli “Scena Vera”. Scrive rime e mette dischi da quasi 20 anni in giro per la città. È gestore del Red Lion Pub, il covo dei rapper e della scena underground hip hop modenese. Tutti coloro che a Modena si cimentano con il rap fanno gavetta al pub di Gma dove ogni martedì, davanti ad almeno 150 appassionati, si tengono eventi e contest. Dal free-style alla break-dance fino alle serate con guest star di calibro nazionale come Inoki. Le serate, dopo un'interruzione estiva, riprendono a fine mese.
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«Sul palco salgono giovani e meno giovani, ci vuole solo un po' di coraggio. Certo che se qualcuno fa il furbo, il gradasso o, peggio ancora, mente nei suoi testi, tutti se ne accorgono e piovono fischi e sfottò, prima di tutto perché ci conosciamo di persona. L'hip hop deve riflettere la realtà in cui si vive, deve parlare chiaro e deve essere onesto. Certo, ci sta un po' di auto glorificazione ma se a Modena canti di Bmw e donne, di dollari e di vita da malavitoso devi aspettarti lo scherno dei vari rapper: siamo a Modena non nel Bronx», chiosa Angelo.
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Il rap è intriso di cultura afro-americana e «deve parlare di vita vissuta, deve essere nudo e crudo, “raw” e “real”, genuino e preferibilmente in rima. È ridicolo scimmiottare altri contesti quanto è deprimente ascoltare solo rime autoreferenziali, magari volgari e sessiste», riflette Lorenzo Argese, aka Elefante, 22enne di Bomporto componente del collettivo .Asap. .Asap. È un gruppo multietnico del modenese che annovera diverse collaborazioni importanti con la scena nazionale tanto da aggiudicarsi l'apertura del concerto di Kaos One a Carpi, il prossimo 28 ottobre. Per chi non lo conoscesse, Kaos è un monumento del rap italiano sotterraneo. I ragazzi di .Asap. nutrono una sorte di venerazione nei confronti di questi vecchi arnesi dell'hip hop più contestatario della Penisola. Kaos appartiene alla Golden Age dell'hip hop che risale alla metà degli anni '90 con l'esplosione delle scene romane , bolognesi e milanesi, le cosiddette “posse” italiane che si agganciarono alle tematiche più politiche e sociali del rap di quel decennio. «Gruppi come Colle del Fomento, Co'Sang, Assalti Frontali, perché l'hip hop in Italia nasce politico, dal ventre dei centri sociali e irrompe in tutta la sua durezza di concetti e forza melodica verso la metà degli anni '90. A Modena l'hip hop emerge prima di tutto attraverso la street-art, i graffiti, i tag e i murales. I primi rapper locali erano infatti writers», ricorda Gma.
Un tempo musica ribelle, l'hip hop sembra ormai addomesticato, tenuto al guinzaglio dalle grandi case discografiche che soltanto un decennio fa snobbavano un fenomeno di proporzioni mondiali che infiammava le banlieues francesi, i ghetto Usa e le favelas sudamericane. Il messaggio alla rivolta volava veloce. «Le società benestanti hanno sempre avuto paura del rap per la sua forza giovanile e il suo messaggio intimamente sedizioso, una contro-cultura che a Modena ha avuto difficoltà ad affermarsi», ricostruisce Gma fumando da una sigaretta elettronica.
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Tutti i rapper modenesi confermano: a Modena è stata dura imporsi. «Un po' perché la scena locale era offuscata da quella bolognese, molto fertile negli anni '90 con nomi quali Dj Gruff, Neffa e i Sangue Misto, ma soprattutto perché era vista come musica da sfigati in una città, come Modena, molto borghese e perbenista. Oggi persino chi detesta l'hip hop ha adottato il suo dress code: scarpe da ginnastica, pantaloni a cavallo basso, felpe larghe con il cappuccio e cappellino da baseball con visiera piatta: per tutti è una moda mentre per noi è maledettamente serio», ragiona Andrea Raimondi, alias Ragan Munda, un altro rapper bomportese appena 20enne.
Il peruviano Wanksta Torres, alias Nameless, compone in rima testi in italiano. Il suo nome di scena significa “Senza nome” perché, come dice lui, «non importa il messaggero ma il messaggio». Wanksta è arrivato appena cinque anni fa in Italia e ha le idee molto chiare: «Il processo di scrittura è variabile, possono volerci poche ore come mesi interi, è un po' come il blocco dello scrittore». Il parallelo con la poesia non è casuale. «Fare rap significa metterci la faccia, precipitare senza paracadute, senza la copertura sonora di una melodia, significa scandire rime da solo davanti a tutti, davanti a persone che ti guardano: non è facile», aggiunge il sudamericano. Un impegno di ingegno, letterario, confermato anche da Krazie Prev, rapper 20enne di Modena: «A scuola seguivo con entusiasmo le lezioni di letteratura e mi concentravo sulla metrica delle poesie, studiavo con minuzia le chiusure delle rime».
Una scuola, un modo di vita, dei collettivi che remano insieme nella critica del presente. Ma non senza polemiche interne. «La divisione di massima fra rappers investe la forma e il contenuto della musica. Ci sono due scuole di pensiero opposte a Modena, come in Italia: da una parte i “puristi”, coloro che hanno cercato di mantenere la schiena dritta nonostante il mercato a loro ostile, chiusi però nel passatismo, nel dogmatismo di un'età dell'oro irraggiungibile. Poi ci sono i “commerciali” quelli che suonano la trap e parlano di vita sognata, il rap “bling-bling”, quello dell'ostentazione, quello delle donne oggetto e del dollaro facile», chiarisce Gma. Nel mezzo dei due opposti sguazzano quasi tutti i rappers modenesi: «Non aprioristicamente fedeli all'età d'oro, ma neanche superficiali con le nuove tendenze, molti sono “ibridi”», puntualizza Angelo.
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