«Nessuna violenza, lei era consenziente»
Il carabiniere imputato di abuso sessuale: «Ci siamo scambiati effusioni in bagno». Negato il confronto
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Ha raccontato la sua verità, ricostruendo quella serata trascorsa in compagnia di alcuni colleghi e un gruppetto di ragazze in un locale della provincia. Oltre un’ora di testimonianza davanti al collegio di giudici presieduto da Domenico Truppa, affiancato da Tirone e Filippini: il maresciallo dei carabinieri - da anni trasferito in Piemonte - accusato di violenza sessuale ha risposto alle domande del pm Marco Niccolini, dei legali delle parti civili Enza Rando e Donatella Baraldi e ai suoi avvocati Fabio Bazzani e Paolo Babboni.
Sono da poco passate le 13, la moglie del militare lascia l’aula dopo aver raccontato i momenti di difficoltà familiari e lui si siede davanti ai giudici. «Con quella ragazza di conoscevamo da tempo - dice - Ci frequentavamo nei locali notturni del modenese. Capitava di ospitare lei e le sue amiche al nostro tavolo. Lei aveva un debole per un mio collega, ma dopo un bacio venne rifiutata e scoppiò a piangere». Su quel bacio la difesa ha chiesto un confronto tra la vittima e il testimone visto che l’effusione venne scambiata in una circostanza analoga, in un bagno di un locale. Il tribunale ha però rigettato la richiesta e il pm Niccolini mediterà se contestargli la falsa testimonianza.
«La sera in cui mi viene contestato un reato che ha distrutto la mia famiglia - continua il maresciallo - ho notato una situazione strana. Lei era molto affettuosa nei miei confronti, quasi appiccicosa. Ho praticamente parlato solo con lei. Sì, ci sono state effusioni, qualche abbraccio, qualche carezza, un bacio sulle labbra, ma non ho mai avuto istinti sessuali e non ho pensato che quell’atteggiamento si potesse tradurre in qualcosa di diverso».
Eppure, all’uscita dal locale, i due vanno in bagno. «In quello delle donne perché nell’altro c’era molta fila - ricorda l’imputato - Io ho fatto i miei bisogni, non ho chiuso la porta, forse l’ha fatto lei. Mi sono eccitato quando mi ha toccato le parti intime, mi sono girato, ci siamo baciati e lei ha calato le calze e le mutandine. L’ho presa in braccio, ma è stato un atto sessuale molto breve perché sono scivolato, lo spazio era angusto e alla porta bussavano». Un racconto pieno di particolari, ma molto diverso rispetto a quello fatto dalla vittima. Il giudice Tirone fa presente al militare che la ragazza, refertata al pronto soccorso, aveva lividi al collo e all’avambraccio. «Non sono imputabili a me - si difende il carabiniere - Avevo le mani impegnate a sorreggerla».
E infine il ritorno a casa dopo aver a lungo cercato insieme, nel guardaroba del locale, il cellulare del maresciallo per cui l’indomani, al collega che quella notte era con lui, inoltrò denuncia di smarrimento. Lui e la vittima salgono nella stessa auto con un altro carabiniere. La accompagnano a casa e si salutano, dandosi appuntamento all’indomani, ma quell’incontro non ci sarà mai più perché lui si fa negare: «Non volevo ferirla, non avevo intenzione di farmi una storia con lei», svela davanti alla corte.
Francesco Dondi
Sono da poco passate le 13, la moglie del militare lascia l’aula dopo aver raccontato i momenti di difficoltà familiari e lui si siede davanti ai giudici. «Con quella ragazza di conoscevamo da tempo - dice - Ci frequentavamo nei locali notturni del modenese. Capitava di ospitare lei e le sue amiche al nostro tavolo. Lei aveva un debole per un mio collega, ma dopo un bacio venne rifiutata e scoppiò a piangere». Su quel bacio la difesa ha chiesto un confronto tra la vittima e il testimone visto che l’effusione venne scambiata in una circostanza analoga, in un bagno di un locale. Il tribunale ha però rigettato la richiesta e il pm Niccolini mediterà se contestargli la falsa testimonianza.
«La sera in cui mi viene contestato un reato che ha distrutto la mia famiglia - continua il maresciallo - ho notato una situazione strana. Lei era molto affettuosa nei miei confronti, quasi appiccicosa. Ho praticamente parlato solo con lei. Sì, ci sono state effusioni, qualche abbraccio, qualche carezza, un bacio sulle labbra, ma non ho mai avuto istinti sessuali e non ho pensato che quell’atteggiamento si potesse tradurre in qualcosa di diverso».
Eppure, all’uscita dal locale, i due vanno in bagno. «In quello delle donne perché nell’altro c’era molta fila - ricorda l’imputato - Io ho fatto i miei bisogni, non ho chiuso la porta, forse l’ha fatto lei. Mi sono eccitato quando mi ha toccato le parti intime, mi sono girato, ci siamo baciati e lei ha calato le calze e le mutandine. L’ho presa in braccio, ma è stato un atto sessuale molto breve perché sono scivolato, lo spazio era angusto e alla porta bussavano». Un racconto pieno di particolari, ma molto diverso rispetto a quello fatto dalla vittima. Il giudice Tirone fa presente al militare che la ragazza, refertata al pronto soccorso, aveva lividi al collo e all’avambraccio. «Non sono imputabili a me - si difende il carabiniere - Avevo le mani impegnate a sorreggerla».
E infine il ritorno a casa dopo aver a lungo cercato insieme, nel guardaroba del locale, il cellulare del maresciallo per cui l’indomani, al collega che quella notte era con lui, inoltrò denuncia di smarrimento. Lui e la vittima salgono nella stessa auto con un altro carabiniere. La accompagnano a casa e si salutano, dandosi appuntamento all’indomani, ma quell’incontro non ci sarà mai più perché lui si fa negare: «Non volevo ferirla, non avevo intenzione di farmi una storia con lei», svela davanti alla corte.
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