Gazzetta di Modena

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Dead Centre mette le cuffie a Cechov

di Gianluca Poggi
Dead Centre mette le cuffie a Cechov

Per la prima volta a Modena la ricerca del provocatorio gruppo irlandese che apre il Festival

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Eccessivamente lungo, troppi personaggi, sovrabbondanza di temi e azione, in una parola: irrappresentabile. Lo stigma sovietico scagliato su “Platonov”, manoscritto ritrovato nel 1921 e di nuovo abbandonato all’oblio, diventa sfida in “Chekhov’s First Play”, oggi al Comunale di Modena alle 22 (replica domani, domenica 15 alle 19) a inaugurare la tredicesima edizione del festival Vie. Prima nazionale, lo spettacolo è una delle rarissime messe in scena di “Platonov”, opera di un Cechov non ancora ventenne, letta attraverso l’approccio sperimentale del collettivo Dead Centre, dal 2012 attivo tra Dublino e Londra. La presenza della giovane compagnia a quest’edizione conferma e rinnova l’attenzione del festival per la scena teatrale contemporanea internazionale. Al suo quarto progetto, Dead Centre si è affermata come rivelazione internazionale anche grazie ai lavori precedenti tra i quali “Lippy” e “Hamnet”, salutati con favore in numerosi teatri europei, in Australia e Stati Uniti.

Il “Platonov” di Cechov, classico fantasma, «testo orfano» per i registi, testimonia una profonda continuità con le tematiche del drammaturgo, riflesso, quasi calco, di quel mondo desolante e provinciale ancora vivo nelle sofferte memorie d’infanzia dell’autore. Sullo sfondo di una campagna russa arretrata, logora, apatica, la noia e una fatale mondanità alimentano invaghimenti e frivolezze nei confronti dell’istitutore Platonov. Questi, sposato, ama mostrarsi brillante dosando gioco e cinismo; tuttavia, pur essendo il centro dell'equilibrio della comunità, oscilla tra il vacuo divertimento e l’amaro disincanto e la consapevolezza dell’assoluta inconsistenza del piccolo mondo che gli ruota attorno lo spinge in un turbine irresistibile di disperazione. Alle stesse ambientazioni sembra introdurci “Cekhov’s First Play”, almeno fino al momento di raggiungere il proprio posto in platea. Ad attenderci ci sono infatti solo un paio di cuffie auricolari, il primo accesso all'universo cechoviano offerto dai Dead Centre, e si insinua il sospetto che non si tratti di una semplice ricostruzione. Una decostruzione piuttosto, suggerita dal nome stesso del collettivo: un mondo vacuo dal centro cavo, un dramma enucleato. A scortarci, la voce del regista, guida gentile e autoritaria, contrappunto alle mille voci e pensieri che affollano la nostra testa di spettatori, per convogliarli, per confondervisi. Salvare Cechov, rappresentarlo, mancando il centro, forse tradendolo. Dead Centre accoglie la sfida dell’irrappresentabile con un solo scopo: «Mettere in scena qualcosa mai visto prima». Se ciò non bastasse, è Cechov… e c’è una pistola.



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