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Festival Vie, nuovi linguaggi per imparare a vivere insieme

di Ornella Giua e Sofia Longhini
Festival Vie, nuovi linguaggi per imparare a vivere insieme

Una conversazione col direttore di Ert sulle linee poetiche della 13esima edizione Riflessioni sul ruolo del teatro, sul rapporto con gli spettatori e sui giovani gruppi

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Questa è la sua prima direzione del Festival Vie, dopo gli anni di Pietro Valenti. Che cosa significa per lei questa eredità?

«Si tratta di un segmento importante della vita di ERT e dell'eredità che ho assunto. Vie nasce come un festival che non ha una focalizzazione tematica in senso stretto, ma ha una precisa identità culturale e teatrale: si propone di mappare l'emergenza del nuovo, sia sulla scena nazionale che internazionale. Spesso “nuovo” diventa sinonimo di “stile”; io lo definirei piuttosto lo scostamento o l’evoluzione rispetto a ciò che è stato, quindi qualcosa che già porta con sé il concetto di tradizione. Proprio per questo mi fa piacere parlare di eredità: visto che il festival Vie è consacrato alla novità, deve fare i conti con il passato, perché soltanto lì può prendere corpo il nuovo».

Molti spettacoli presentano tematiche forti. Quello degli argomenti è stato un criterio di selezione?

«Sicuramente c’è una continuità tematica, ma non è da questa che siamo partiti. Il criterio che ha guidato la costruzione del festival è stato delineare il ripensamento dei linguaggi teatrali, mostrandone le diverse possibilità: artisti come Julie Ann Anzilotti, CollettivO CineticO e Arkadi Zaides mostrano come la coreografia possa influnzare la prassi registica; oppure i Dead Centre ricercano le radici drammaturgiche della tradizione europea interrogando Cechov; o, sempre in questo contesto, Theodoros Terzopoulos propone un approccio magistrale alla poesia; infine Pietro Babina, Sotterraneo e Fanny&Alexander/Ateliersì reintepretano la drammaturgia a partire da monumenti della letteratura antichi o contemporanei, chiedendosi quale sia l’influenza delle nuove tecnologie».

Il festival coinvolge varie sedi e diverse comunità di riferimento. Come si rapporta Vie con il suo pubblico?

«Il rapporto col pubblico ha segnato la ricerca artistica dell’ultimo secolo. Sotto l'urto delle avanguardie storiche, si è infatti prodotta un'esplosione di linguaggi che ha compromesso la relazione tra lo spettatore e l'oggetto dello sguardo. Si sono generati dei sistemi di sfiducia reciproca che hanno complicato la fruizione teatrale e il teatro, soprattutto in questo paese, è troppo spesso diventato una sorta di “orpello”. Vie vuole essere un’occasione per ricucire tale relazione e ripristinare sistemi di dialogo fra artisti e pubblico, perché il teatro ha una funzione politica, è una forma di educazione al vivere insieme. Non solo: se mi si chiedesse cos'è per me l'Europa, io direi quel pezzo di terra in cui se dico “Edipo”, tutti sanno di cosa sto parlando. Il teatro, in questo senso, è stato uno dei cementi fondativi dell'identità culturale europea».

Vie è anche occasione per incontrare gruppi giovani...

«Quando parlo di un festival sull’emergenza del nuovo è chiaro che la componente giovane sia fondamentale. Non so che destino prenderà il teatro contemporaneo, però è evidente che qualcosa sta cambiando e il tema generazionale sta diventando sempre più urgente. Penso a fenomeni diversi fra loro ma accomunati da un’istanza “giovanile”: il Festival 20 30 di Kepler-452 a Bologna, Dominio pubblico a Roma, Trasparenze a Modena. La coscienza generazionale può essere una forza perché mette insieme delle energie, ma dobbiamo fare attenzione a non trasformarla in una prigione autoreferenziale. Luca Ronconi diceva che la sua grande fortuna è stata quella di “non essersi chiuso nella sua generazione”. È importante dunque che emerga una generazione di nuovi registi ma mantenendo un sistema di relazioni ampio e trasversale».



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